Entro nel piccolo cortile in punta di piedi, e regna la solita confusione: secchi sparsi, vestiti stesi un po’ dappertutto ad asciugare, una piccola aiuola dove spuntano piante seccate a causa dell’aridità di questi mesi, un’ondulina in lamiera è appoggiata in qualche modo al muro che delimita il cortile e ogni tanto una folata di un flebile vento secco la fa sbattere e vibrare. E continuo il mio percorso verso la piccola terrazza dove si trovano gli utensili della cucina, fornelli, marmitte e mortai e qualche sgabello, tutto sempre in rigoroso ordine sparso. E vorrei continuare oltre, entrare nel piccolo appartamento dove mamma Elodie ha il suo laboratorio di cucito, proprio davanti all’uscio, in quell’angolo dove sono ammucchiati senza alcun ordine pezzi di tessuto e vestiti… e poi vorrei girarmi verso la piccola sala, con il suo sofà sfondato e una televisione perennemente accesa e poi, proprio lì in mezzo alla sala c’è un materasso, messo lì un po’ a caso e sul materasso rivederlo, mosso dalle sue solite convulsioni, emozionato per aver sentito una voce amica, ma stretto in quel corpo troppo rigido per esprimere tutto il suo mondo e dover semplicemente spalancare la bocca in un ghigno. Invece mi fermo sull’uscio di casa, perché so che non rivedrò più Prince nel suo materasso del salotto, e mi si stringe il cuore mentre mamma Elodie mi viene incontro e mi stringe in un abbraccio mentre i nostri occhi si sciolgono in lacrime di dolore e nostalgia.
Ormai da quattro anni frequento questa casa, tanto incasinata, ma, forse anche per questo, tanto familiare. Prince fu uno dei primi bimbi disabili che conoscemmo insieme con la sua mamma Elodie, una piccola donna dal carattere forte e estremamente cocciuto. Pochi giorni dopo la nascita Prince aveva avuto una serie di complicanze che lo avevano lasciato in gravi condizioni: era gravemente epilettico, non camminava e non parlava. La mamma non l’aveva mai abbandonato, nonostante tutte le difficoltà, nessun aiuto concreto, la morte del padre di Prince, l’estinguersi delle risorse economiche. In più, come se non bastasse, lo strisciante giudizio di buttare la propria vita per un bambino che neppure si può considerare un essere umano, “è un serpente” si dice nella cultura agni, e, come ogni serpente, ucciderà e manderà in rovina la propria famiglia. E per quattro anni abbiamo cercato di rendere la vita meno terribile a Prince e alla sua mamma, cercato di mostrare che davvero c’è un Dio delle piccole cose, che vede il sacrificio di questa mamma e l’apprezza e sorride per ogni piccolo miglioramento di Prince. Abbiamo garantito a Prince i farmaci necessari per la sua patologia e l’abbiamo fatto attraversare la Costa d’Avorio, per avere il consulto di medici e avere a disposizione fisioterapisti e psicomotricisti e neurologi. Proprio a dicembre avevo accompagnato Prince e la mamma al centro don Orione di Bonoua per una di queste visite.
E così gli anni sono passati e il piccolo Prince non era più così piccolo, ed era cresciuto sotto l’occhio vigile della mamma e le attenzioni di Walter. Negli ultimi mesi però Prince è stato colpito troppo spesso da febbre alta e infezioni. Viene diagnosticata la malaria e il tifo più volte, anche sabato scorso, proprio mentre Walter è in Ruanda per un’esperienza missionaria, ancora una volta lo portiamo all’ospedale e prendiamo tutti i farmaci prescritti. Ma la febbre continua. Lunedì è ancora sotto cura quando chiamo al telefono mamma Elodie, io sto per partire in Italia per il richiamo di un vaccino e lei mette il vivavoce e dico a Prince che non deve più ammalarsi, anzi che la prossima volta che lo vedrò deve camminare e così potremo fare una bella passeggiata. Elodie mi rassicura che Prince ha capito perché se la ride. Io le dico di portarlo all’ospedale se le cose non migliorano. Lo porta in ospedale l’indomani, ma è troppo tardi, la febbre è troppo alta e muore tra le braccia della sua mamma.
Io sono in Italia e mi sento ancora più impotente, la madre non può piangere il primo figlio disabile, quel figlio che tutti considerano un mostro, ma con cui lei ha vissuto in simbiosi per quasi otto anni. Allora lo interrano alla svelta, avvolto in una stuoia, senza neppure portarlo in Chiesa perché i padri non ci sono, io sono in Italia e don Marco è al ritiro diocesano. Quanto mi è spiaciuto non poterti dare un ultimo saluto degno del bimbo speciale che sei!
E penso, caro il mio Prince, che hai proprio ascoltato quell’ultima telefonata: la prossima volta che ci vedremo potremo camminare insieme e non sarò più costretto a prenderti in braccio e a sentire il tuo corpo indurirsi per l’emozione e la sorpresa e finalmente mi parlerai per raccontarmi il mondo delle tue emozioni e potrai abbracciare la tua mamma che ti ha amato con tutta se stessa e ti immagino adesso a giocare con il tuo “gemello” il piccolo Jean Baptiste e come facevi un tempo lo prendi per mano, ma ora cantate e correte liberi… però, lasciatelo dire, piccolo principe manchi e mancherai tanto su questa terra a volte tanto dura.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe. “È vero”, disse la volpe. “Ma allora che ci guadagni?” “Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.







