Selvaggi

Il vento carezza dolcemente la mia pelle, la strada è terribile, ma non sono io che devo guidare, e quindi posso godermi il panorama in pace: distese di campi di mais, di manioca, di cacao e di anacardo e, di tanto in tanto, dei fromager, immensi alberi, affiorano dal terreno con il loro tronco lungo e dritto e la chioma alta e spoglia, sono questi attimi che rendono l’Africa magica. Sono partito un’ora prima da Bangoua dove ho lasciato le ragazze italiane inviate dal centro missionario che non se la sentivano di affrontare questo viaggio, ho parcheggiato nel piccolo villaggio di Kouassi Andrekro dove mi attendeva il catechista Albert, sposo novello che mi aveva invitato al suo piccolo accampamento. Così salgo sulla moto per visitare l’Africa più selvaggia. Selvaggi, in fondo spesso è quello che pensiamo noi occidentali degli africani e spesso anche il nostro volontariato e il nostro approccio al continente è questo: selvaggi che hanno bisogno del nostro aiuto per uscire dalla loro arretratezza, noi che siamo buoni dobbiamo aiutarli.

Dopo una mezz’ora di strada di una bellezza disarmante arrivo alla mia destinazione il piccolo accampamento di Patapoukro dove Albert vive con la sua famiglia, un abitato di una manciata di case in mezzo alla foresta. Appena arrivato è subito festa: in effetti in questi giorni stiamo celebrando la settimana dei bambini nei nostri tre villaggi più lontani e i bambini di Kouassi Andrekro hanno fatto la loro uscita proprio nel piccolo accampamento. Quando arrivo sono accolto come fossi il papa! I bambini urlano e sono felici di vedermi qualcuno mi guarda con i suoi occhi color liquirizia bagnata con una tenerezza tale che mi stringe il cuore. Per questi bimbi abituati andare a lavorare al campo, questi tre giorni di svago sono il regalo più bello e poter mangiare a mezzogiorno è un lusso raro e prezioso. Penso però ai tanti bimbi che non possono permettersi neanche questi pochi giorni di festa. Il giorno prima, nel grande villaggio di Bangoua, sono stato contento di vedere i 140 bambini iscritti, ma al tempo stesso ho guardato con amarezza la processione di bimbi che non hanno potuto pagare la loro partecipazione (circa un euro e mezzo) e che andavano al lavoro al campo. Uscendo dalla canonica per andare a incontrare i bimbi, incrocio uno di questi ragazzi, avrà dodici anni e va al campo con i suoi cagnolini poco più che cuccioli, due sono liberi, uno, evidentemente più indisciplinato, è al guinzaglio. Continuo il mio tragitto verso la scuola dove i bambini si stanno riunendo per cominciare le attività e sento il cagnolino guaire, evidentemente il ragazzo, senza troppa finezza, sta strattonando la catena che fa da guinzaglio. Repentinamente vedo uscire dalla casa una delle nostre volontarie italiane, finalmente distratta dallo schermo del suo cellulare, punta il dito contro il ragazzo gridando: “no”. Spero che il bimbo abbia capito che non è bene maltrattare il suo cane, ma mi chiedo se l’indignazione in questa situazione non debba essere più per un mondo che costringe un ragazzino al duro lavoro del campo, un mondo dove molti bambini non frequentano neppure la scuola piuttosto che per la doverosa protezione degli animali.

A Patapoukro intanto saluto tutti gli abitanti del villaggio, sono delle famiglie koulango emigrate cinquant’anni orsono dal nord del paese per cercare dei campi coltivabili. La fondatrice del villaggio è ancora in vita mentre il marito che ha dato il nome del al villaggio è morto e mi viene presentata come la “regina”. Il seminarista Pierre, che guida i bambini di Kouassi Andrekro, mi spiega che la regina ha appena parlato ai ragazzi spiegando le difficoltà dei primi tempi, dove era costretta a camminare decine di chilometri per poter arrivare al fiume e attingere l’acqua. Spesso, con metodi rudimentali cercava di purificare l’acqua di pozzanghere e stagni della zona per potersi lavare e per poter bere. E davvero penso che il tema scelto quest’anno per la settimana dei bambini abbia grande importanza: l’acqua, sorgente di vita. Penso ancora alla fatica avuta dalle nostre volontarie. Arrivate per passare due giorni nel villaggio di Bangoua hanno riscontrato che in casa non sempre l’acqua esce dal rubinetto per mancanza di pressione e che per lavarsi bisogna utilizzare il secchio attingendo l’acqua da un bidone che i parrocchiani ci hanno preparato e che l’acqua non è calda come ad Agnibilekrou dove abbiamo uno scaldabagno e si rifiutano di lavarsi con l’acqua fredda. Forse non ci ricordiamo che l’acqua è un bene prezioso e che miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile, figuriamoci all’acqua calda che è un lusso per una minoranza ricca. A Patapoukro ora c’è un pozzo e sono molto contenti di poter bere e lavarsi due volte al giorno.

All’accampamento Agathe, la moglie di Albert, mi ha preparato un pasto magnifico, dell’ottimo foutou d’igname con la salsa di arachidi e il pollo. Mangio proprio di gusto questo piatto davvero buono. So che per Albert uccidere un pollo è un sacrificio importante, una cosa che si fa solo per onorare gli ospiti più importanti. E ripenso a tutto il cibo che è stato preparato in questi giorni per onorare la nostra presenza, riso, salse, ignami… Eppure qualcuna delle ragazze non si è degnata di toccare un solo alimento: è troppo piccante, dice senza aver provato. E forse non ci si rende conto che quel pasto offerto è frutto del sacrificio di qualcuno perché al villaggio un pasto non è mai scontato, e che quel pollo sicuramente un po’ duro, ma tanto saporito, è un dono fatto con il sudore della fronte. E penso a come in occidente abbiamo trasformato il cibo solamente in piacere togliendo il concetto di sostentamento quotidiano, quel pane di ogni giorno che Gesù ci chiede di domandare nella sua preghiera più bella. E se è bello che il mangiare sia un piacere, credo che sia importante ricordarsi che mangiare è doveroso per sostenere il nostro corpo e che non può essere un capriccio. Ma quando parlo del cibo come una medicina che dà energia le ragazze mi guardano perplesse. Eppure il caldo africano, l’umidità altissima e le fatiche della missione impongono di mangiare non solo per piacere, ma anche e soprattutto per avere le forze necessarie. E mentre mi chiede le lasagne e il grana, un po’ stizzito cerco di far capire che queste cose in Africa sono un lusso e uno schiaffo alla povertà e che se è vero che in missione ce la passiamo bene e nel congelatore abbiamo delle belle scorte e altrettanto vero che sono alimenti che non possiamo permetterci tutti giorni e che centelliniamo lungo l’anno, ma mi sembra di passare per il prete avaro che non vuole condividere.

Ormai è tardi, è il momento di partire perché devo rientrare a Bangoua per prendere le ragazze, arrivare e riportarle a Agnibilerkou, è un viaggio estenuante, anche se mi piacerebbe restare a Patapoukro. Domando la strada secondo la tradizione africana, saluto i bambini e benedico Albert e Agathe, i novelli sposi. Quando sto per salire sulla moto si avvicina la figlia della “regina”. La mamma è l’unica del villaggio a non venire in Chiesa, ma sua figlia mi porge due biglietti da cinquecento franchi talmente lisi… mi spiega che la mamma è contenta che io abbia pregato per loro che ha voluto farmi questa offerta. E penso ai bimbi, e penso all’acqua e penso al cibo e penso a questo gesto che ricorda tanto il gesto di un’altra vedova del Vangelo e con gli occhi che brillano e un nodo al cuore mi sale questa domanda: ma chi sono i veri selvaggi?

Pubblicato da donlucapez

Prete dal della diocesi di Bergamo. Nato a Grosseto nel 1984. Ordinato il 22 maggio 2010. Curato dell'oratorio di Boltiere fino all'agosto del 2018. Dal novembre 2018 missionario fidei donum nella diocesi di Abengorou in Costa d'Avorio

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