Mitar è un bambino silenzioso, quando è con gli adulti difficilmente parla, alle domande che gli vengono poste preferisce rispondere annuendo o scuotendo la testa, come se le sue parole fossero preziose. Però osserva tutto e difficilmente si lascia sfuggire qualche particolare. A volte basta uno sguardo, lui ti fissa con i suoi grandi occhi e capisce che lo stai salutando e sorride. Ha sette anni ed è il primo della classe nella sua seconda elementare e tante speranze di una vita piena e felice in cui possa realizzare i suoi sogni. Anche se contro di lui oggi non c’è solo la corruzione dell’Africa, la miseria della sua famiglia e la divisione dei suoi genitori, ma anche una terribile malattia cronica. Infatti qualche mese fa’ gli è stata diagnosticata un’anemia falciforme severa.

Sua mamma Agnes è cresciuta in parrocchia, come animatrice dei bambini, a fianco dei missionari italiani, forse anche per questo capisce l’importanza dell’educazione e cerca di dare tutto il necessario ai suoi figli, Mitar e Annonciation, la sorella maggiore, che ormai frequenta le scuole superiori. Agnes ha provato l’avventura della grande e caotica Abidjan gestendo un piccolo bar in un quartiere popolare della capitale ivoriana, è là che la incontro per la prima volta, con il suo piccolo Mitar in braccio mentre ci serve il caffè. Però presto capisce che la vita della megalopoli non fa’ per lei e che l’attività non le consente di pagare le spese che in capitale sono molto più alte che altrove. Nascono così i dissidi con il compagno che l’abbandona e lei rientra a Agnibilekrou, il suo villaggio. Continua a frequentare la parrocchia e dà una mano nella cucina, riprende i corsi di catechesi per celebrare la cresima e poi diventa a sua volta animatrice. Al tempo stesso è una delle poche persone che si lascia coinvolgere dalle iniziative parrocchiali nei confronti dei bambini disabili e quando si presenta l’occasione le chiediamo se possa darci una mano in pianta stabile, diventando assistente educatrice dei bambini disabili affiancandoli nella scuola parrocchiale.
Insomma anche Agnes ha la sua storia di fatica, ma anche di riscatto, e forse, anche per questo, non si perdona di non essersi accorta prima dell’anemia di suo figlio: una malattia tanto diffusa in Africa e che quando si manifesta in forma severa può essere devastante per la salute del bambino. Con rammarico ricorda quando fin da piccolo aveva costretto il figlio ai trattamenti più disperati vedendolo fragile e soggetto a dolori e febbri malariche: sette bagni in acqua bollente con foglie putride, beveroni contro la “boss” una malattia misteriosa che voi bianchi non conoscete, ma che in Africa esite (così mi diceva). Ora si sente in colpa per non aver letto tutti gli indizi e non aver ascoltato certi consigli, ma capisco anche come sia difficile crescere un figlio malato in una realtà ancora tanto superstiziosa. Forse anche per questo decide di recarsi dall’ematologo per avere un trattamento più puntuale per Mitar. Peccato che il reparto di ematologia sia a più di trecento chilometri nella città di Abidjan e quando vi si reca la prima volta trova solo un infermiere perché il medico è occupato… questo vuol dire curarsi in Costa d’Avorio. Finalmente riesce a far vedere Mitar all’ematologo che gli prescrive una serie di ecografie e esami. Quando vedo questa lista interminabile mi preoccupo e chiedo alla mia amica Silvia, anche lei ematologa, se davvero siano necessari… Certo, risponde, li passa il sistema sanitario… In Italia, non in Costa d’Avorio… Agnes percepisce un salario dignitoso, ma gli esami da fare costano circa tre volte il suo salario mensile e il padre di Mitar anche alla notizia della malattia del figlio non reagisce. A quel punto pensa di lasciar perdere gli esami, come farebbe la maggior parte delle persone nella sua situazione, ma ci spiace per Mitar, e la aiutiamo in queste spese. Alla fine non riesce neppure a fare tutti gli esami necessari, alcuni di questi hanno bisogno dello specialista cardiologo e radiologo che è in viaggio, ma almeno gli esami del sangue, delle urine e le ecografie danno esiti confortanti. Mitar è sano e la malattia non ha intaccato le funzioni vitali. Il medico attende gli ultimi esami e dà ancora appuntamento, sperando che Mitar, malgrado la malattia possa crescere bene in salute.

E’ difficile capire cosa vuol dire curarsi in Africa: viaggi interminabili, appuntamenti mancati, macchinari rotti, inefficienza, disorganizzazione e il tutto a pagamento e forse non ci rendiamo conto del tesoro che è una sanità efficiente e a disposizione di tutti. Però gli occhi di Mitar, come gli occhi di tanti bimbi africani ci richiamano alla giustizia… perché tutti i bimbi del mondo hanno diritto alla cura e all’assistenza sanitaria di cui hanno bisogno. Ma siamo ancora tanto lontani… ma non smettiamo di aver fame e sete di quella giustizia che Gesù ha promesso.

