Andare al villaggio è sempre un’impresa e ora lo è ancora di più, infatti ottobre è uno dei mesi più piovosi dell’anno e la pista non viene grattata da 5 lunghi interminabili anni per cui ogni tratto è dissestato. Oggi in più vengo avvisato che la strada più corta, che è stata vagamente risistemata durante la campagna elettorale delle elezioni municipali appena passate, in realtà è bloccata a causa di un camion che si è fermato proprio nel bel mezzo della carreggiata impedendo il passaggio a tutti i veicoli. Così mi ritrovo nella strada più lunga e pure più danneggiata che passa per il villaggio di Tanguelan e proprio all’uscita del villaggio si para davanti alla mia macchina una signora anziana, cosparsa di polvere bianca, con in mano un bastone con una sorta di pon-pon finale e una ciotola in mano. Credo che si tratti di una persona squilibrata e le urlo di farmi passare, che devo proseguire il viaggio, ma lei non si sposta e rimane imperterrita davanti al veicolo, impedendo di fatto ogni manovra. Non so bene come fare, la signora parla solo la lingua agni e io non capisco cosa voglia. Si avvicina un’altra donna che mi spiega della tragica morte di una madre durante il parto e che la signora sta cercando dei soldi per offrire un sacrificio. Io spiego che sono prete e che non offro sacrifici se non quello della Messa e che ricorderò questa povera donna nella preghiera. La vecchia quando capisce che sono un prete comincia a chiedermi perdono e poi prende di forza la mia mano e se la mette in testa: l’Africa la terra dove sacrifici, magia e la benedizione di un prete confuso si incontrano!
Il mio viaggio continua verso Bangoua, il nostro villaggio per formare i catechisti. E ripenso a queste prime settimane di rientro dalle vacanze. Proprio domenica abbiamo ricominciato l’anno pastorale, un inizio anno preceduto da un ritiro di tre giorni per tutti i catechisti e i responsabili dei numerosi gruppi presenti sulla parrocchia. E’ stata un’occasione preziosa per ricominciare il cammino con un momento intenso di spiritualità. La domenica poi una grande festa ha riempito la parrocchia di colori, danze e gioiosa confusione africana.


Sono stati giorni per ritrovare persone care, molte delle quali poveri e malati. Un posto particolare per il mio amico Koffi che mi ha riservato un’accoglienza unica, ancor prima di scendere dalla macchina mi riconosce e comincia a gridare con il suo tipico ghigno… ed è talmente contento di vedermi che non posso non emozionarmi e poi subito parte dalla missione e va dalla sagrestana Beatrice e in tutta la città a urlarle, nella sua lingua incomprensibile, che sono arrivato. Dopo qualche minuto Beatrice passa in parrocchia e mi dice:”Da quanto era contento e urlava e si sbracciava Koffi ho capito che eri arrivato! Benvenuto”.



Sono stati giorni anche di preoccupazione, Anne Victoria, una giovane disabile, è in preda ad una grande febbre. Anne Victoria ha diciotto anni e da neonata è rimasta gravemente compromessa a livello celebrale. La mamma mi spiega che la causa di tutto fu un infermiere che le fece un’iniezione con una dose doppia del dovuto questo le ha causato una tetraparesi spastica grave (storie di ordinaria follia ivoriana). Anne è una ragazza che sorride, che cerca a suo modo di farsi capire, ma non riesce a parlare ed è costretta su una sedia a rotelle. La mamma, una signora molto forte, la tiene come una principessa ed è sempre bella, pulita e vestita con dei begli abiti solenni in tulle e ricami da sposa. Eppure in questi giorni ha perso il sorriso e a causa di un’infezione la febbre sale incredibilmente e pensiamo che per lei non ci possa essere niente da fare mentre giace in uno stato comatoso nel suo lettuccio ricoperta da stracci bagnati per cercare di abbassare la febbre. Eppure anche lei ci sorprende e un giorno mentre vado all’ospedale temendo il peggio la rivedo vigile e con un barlume negli occhi sembra riconoscermi e salutarmi. Ora è tornata a casa e speriamo che questa febbre forte non abbia ulteriormente peggiorato le sue condizioni già tanto compromesse.
Questa mattina arriva in parrocchia una piccola delegazione di donne, non capisco bene cosa vogliano fin quando tolgono un lenzuolo che copriva le braccia di una signora e scoprono un frugolino di pochi giorni. Non ha nome, perché il nome di un bimbo lo si dà dopo una settimana, è il figlio di Moko, la donna che è morta durante il parto e immediatamente penso che non può essere un caso il camion in panne, ieri dovevo proprio passare da Tanguelan . Le donne, mi spiegano che il bimbo è nato domenica proprio a Tanguelan, ma a causa di complicazioni la mamma è stata portata all’ospedale più grande, quello di Agnibilekrou dove ha trovato la morte. Moko aveva solo sedici anni e quando chiedo dove sia il papà, basta uno sguardo per capire che non si sa o non si può sapere chi sia. Ora tengo tra le mani questo frugolino meraviglioso di cui non si può sapere quale sarà il futuro, e penso a quanto dovrà essere forte per affrontare le sfide che la vita gli pone davanti già dopo pochi giorni di vita. Perso nei miei pensieri mi sfugge un “Alexandre”… “è il nome di uno dei più grandi uomini della storia e poi sant’Alessandro era un guerriero compagno di San Maurizio e poi è anche il nome del mio papà” quel papà che lui non avrà mai. Mi sorridono e sembra che il nome piaccia e sia approvato. Non mi resta che pregare per il piccolo Alexandre che probabilmente non rivedrò mai più, ma che ha bisogno di una grazia particolare. Il nome Alexandre significa difensore dell’uomo e tanto coraggio ci vuole per continuare a credere e a difendere un’umanità che troppo spesso appare totalmente perduta.

