Mi passano davanti gruppi di donne portando sulle loro teste pesi che non credo riuscirei a sollevare, le loro bagnerole sono piene di legna che stasera e domani servirà per accendere il fuoco e di ignami e manioca che serviranno per il foutou e un po’ di condimenti come pomodoro, melanzane e gombo che serviranno per la salsa per condire il foutou, qualcuno porta grosse fascine di foglie per dare da mangiare alle proprie pecore e pure i più piccoli, bambini di tre o quattro anni, hanno il loro machete e portano sulla testa una piccola ciotola con dentro qualcosa, qualcuna di queste donne ha il lusso di una bicicletta senza freni, gli uomini invece vanno in moto. Un po’ mi sento in colpa, perché io, oggi, sono rimasto al villaggio a riposare e a godermi un po’ di tranquillità africana.

Bangoua è il villaggio più distante che visitiamo a circa cinquanta chilometri di strada dalla missione. Il percorso è sempre peggiore e le piogge insitenti non aiutano gli autisti, così venerdì, per arrivarvi, ho dovuto attraversare uno stagno profondo ormai diverse decine di centimetri che si è creato proprio in mezzo alla strada, lì si era appena bloccato un camion, ma con un briciolo d’incoscienza e tanta fede che la Provvidenza mi avrebbe aiutato, mi sono infilato dentro e miracolosamente sono riuscito ad uscirne. Arrivato a Bangoua ho celebrato la Messa a Koffikrakro un piccolo accampamento a pochi chilometri dal villaggio, da tre anni visitiamo regolarmento questo piccolo agglomerato di case in terra battuta. La Chiesa è una piccola capanna di legno con il tetto di frasche e tela cerata. Eppure è sempre bello celebrare la Messa in questo luogo sperduto nella campagna ivoriana. Dopo la messa alle 10 del mattino mi offrono il pranzo: riso e salsa di agouti (una sorta di nutria africana), ma i catechisti non hanno molto tempo e fremono per partire. Il venerdì è giorno di riposo nei campi, ma oggi è il dieci del mese e mi spiegano che passa il camion che raccoglie il caucciù. La zona infatti è ricca di campi di hevea, un albero la cui corteccia viene segnata facendo uscire una resina liquida e viscosa che viene raccolta in bacinelle legate all’albero, qui si solidifica e diviene gommosa: è l’inizio del caucciù. Al villaggio è immediato il legame con la terra, il frutto del tuo lavoro è il cibo per sfamare la tua famiglia, il frutto del tuo lavoro deve essere venduto ad un compratore onesto che ti fornirà i soldi necessari per tutte le altre necessità. Un camion di caucciù non pagato forse non significa la fame perché la terra è ricca e dona sempre lo stretto necessario, ma può voler dire non poter pagare la tassa scolastica per il figlio che studia in città o non avere i soldi per riparare il tetto di casa che è stato scoperchiato dall’ultimo temporale.


Questo venerdì non torno a Agnibilekrou, ma mi fermo fino a domenica per celebrare la Messa. Così il venerdì sera chiedo di poter andare a visitare il nuovo collegio. Da settembre infatti ha aperto questa nuova scuola a Bagnoua. Si tratta dell’equivalente della scuola media e i primi anni della scuola superiore (il sistema scolastico ivoriano è diverso da quello italiano e ricalca quello francese). Fino all’anno scorso i ragazzi di Bangoua dopo la prima media erano costretti per continuare gli studi a trasferirisi in città e villaggi più grandi dove si trovano dei collegi, da quest’anno scolastico potranno restare in loco. L’edificio non è finito e le quattro classi, una per ogni anno di studio, non sono ancora ben terminate, ma questo basta per cominciare questa nuova scuola che ci auguriamo possa aiutare il villaggio ha svilupparsi.

La sera il villaggio è colpito da una pioggia violenta. Io mi trovo solo nella casa parrocchiale e di colpo la corrente viene a mancare. Il catechista Alphonse mi porta qualche candela per rischiarare la casa che si trova nell’oscurità assooluta e così prima delle 9, mi ritrovo ad andare a letto in questo angolo sperduto nel buoio e nel silenzio più assoluto, ma sono proprio in pace.
L’indomani davanti alla casa comincia la processione di gente che si reca ai campi. Io di prima mattinata celebro la Messa e con il catechista François vado a portare la comunione ai malati, ma alle otto del mattino ho già finito e osservo la gente passare davanti a me per andare al proprio lavoro. Dopo poco le strade del villaggio sono completamente deserte, tutti sono partiti al lavoro! Così la mia giornata passa sistemando un po’ la casa e dedicandomi alla lettura, alla preghiera e a sistemare certi lavori al computer, senza però avere la minima connessione internet: qui al villaggio il cellulare non prende. E proprio mentre scrivo e si fa sera, e comincia la processione di ritorno dai campi con le donne cariche dei loro fardelli, vedo un bimbo che avrà cinque anni che cerca di sollevare un bagaglio improponibile. Sta trasportando diversi chili di gombo e un casco di banane su una bicicletta più alta di lui, ma, stremato, ha perso l’equilibrio e si è ritrovato con la bici per terra, il bagaglio caduto e incapace di risistemare il tutto. Provo con impaccio a aiutarlo a legare il suo bagaglio… il piccolo si chiama Mahomed e mi sembra alquanto spaventato dal gigante bianco che goffamente lo aiuta piuttiosto che essere incoraggiato dalla mia presenza, ma pian piano, si avvicina qualche contadino e risistemiamo il bagaglio e Mohamed riesce a riprendere il percorso verso casa. E forse oggi sono a Bangoua proprio per questo, provare goffamente a aiutare un bimbo a portare il suo peso, e in fondo credo sia quello che cerco di fare ad ogni celebrazione, portando una Parola che non è mia, ma che goffamente cerco di donare sperando che doni senso e sollievo ai tanti pesi della vita. E si tratta dello stesso sollievo che questa parola mi dà tutte quelle volte che non mi sento all’altezza della situazione e le cose non vanno come vorrei, proprio come il piccolo Mohamed.

