Il Natale nella mia testa rievoca le grandi tavolate della mia famiglia, da sempre molto unita, il rivedere le persone care tornando al paese di mamma e poi le grandi mangiate… insomma come molti italiani un momento di condivisione unico durante l’anno. Viverlo dalla parte opposta del mondo non è mai semplicissimo, anche nell’epoca di internet dove è possibile davvero una comunicazione praticamente ovunque. Però dopo sei Natali in Costa d’Avorio penso di essermi esercitato a gestire meglio la nostalgia e a godere anche le belle cose che l’Africa ti dona.
Quest’anno in particolare passo il Natale ai villaggi, ero sempre rimasto in città o nei villaggi attigui, quest’anno tocca a me celebrare nelle nostre comunità più lontane. Inoltre il calendario prevede un surplus di celebrazioni essendo l’ultima domenica di Avvento a ridosso del Natale e così in ventiquattro ore ci sono tre celebrazioni importanti, come tre sono le comunità cristiane da visitare in quella zona.
L’ultima domenica d’avvento mi ritrovo a Kouassi Andrekro, una piccola comunità, ma molto viva, composta prevalentemente da immigrati che hanno lasciato il nord del paese ivoriano più arido per cercare terreni da coltivare nel sud più rigoglioso. Ed il vangelo dell’annunciazione che viene letto in Chiesa, ci porta a Nazaret, effettivemente anche Nazaret era una comunità di immigrati giudei in terra galilea, Giuseppe e Maria avevano lasciato la loro terra d’origine per trovare lavoro e possibilità. Proprio come le semplici persone che mi ritrovo davanti. E allora penso come il Verbo si faccia carne ancora oggi anche nei polverosi accampamenti ivoriani.
La sera poi mi ritrovo nel piccolo capoluogo della zona, Bangoua, il villaggio più grande, dove si trova la nostra casa. Anche Betlemme era proprio un piccolo capoluogo, il più piccolo di tutti. I bimbi coordinati da alcuni giovani volenterosi hanno preparato una rappresentazione del presepio, proprio come era successo ottocento anni prima, quando Francesco, nel villaggio di Greccio, aveva organizzato il primo presepio. E anche il piccolo capoluogo di Bangoua può accogliere il bimbo Gesù. In Africa i bambini sono tanti ovunque, anche dove sembri che manchi la minima struttura per accoglierli. Proprio a Bangoua incontro una ragazza che fino all’anno scorso era in città per frequentare le suole superiori, ora mi spiega che è al villaggio perché ha partorito un bimbo ed ha dovuto sospendere la scuola, avrà appena sedici anni. Quando le chiedo dove si trova il suo bimbo mi fa entrare in una stanza disordinata dove su un materasso polveroso sta il piccolo Kylian. Non ho il coraggio di chiedere del padre, al contrario di san Giuseppe, i padri ivoriani si dileguano spesso davanti a gravidanze impreviste. E non posso fare altro che benedire il bimbo e la mamma, anche se forse non era il progetto di vita ideale per lei e per il piccolo, ma ora si accoglie, si accompagna e si benedice. E allora accogliere il bimbo Gesù diventa una provocazione di accogliere ogni vita come dono del cielo.




L’indomani infine celebro il Natale in un’altra piccola comunità di Akpwesso. Ed festa grande perché è anche l’occasione per celebrare il santo patrono, santo Stefano, ed infine il figlio del catechista sarà battezzato. Il bimbo si chiama Christ Ariel, ha pochi mesi di vita e in Costa d’Avorio è una rarità perché si tende a battezzare bambini in età scolare, giovani ed adulti. Il permesso per battezzare un neonato è legato al matrimonio in Chiesa dei genitori che effettivamente qualche anno fa hanno celebrato il loro battesimo e il loro matrimonio. E spero che questo bambino potrà avere una situazione più tranquilla, in effetti, mamma e papà sono insieme e vivono in un villaggio sperduto, ma essendo benestanti, hanno una bella casa in mezzo ai campi e sono una bella famiglia.

Dopo la Messa tutti i cristiani si riuniscono per il loro pranzo di Natale: alcune mamme hanno cucinato una grande pentola di riso bianco e per condirla una bella salsa rossa, il coperchio della pentola viene ribaltato e diventa un bel vassoio per tutti i bambini dove poter attingere il loro pasto natalizio. Ovvio è importante mangiare svelto prima che il riso finisca per opera degli altri bimbi. In cerchio organizzo un po’ di balli e canti per i bambini e distribuisco alcune caramelle. Non sono esattamente dei bambini abituati a trovare dolcetti a manciate sotto l’albero di Natale e quindi si lanciano sulle caramelle come se fossero un tesoro prezioso. Finita la distribuzione è una bimba piccola che mi si avvicina e con una tenerezza inaudita e mi dice semplicemente: “grazie”! La piccola si chiama Tatiana e mi guarda con i suoi occhi belli e neri color liquirizia bagnata. E penso a quante volte mi sento straniero in questa terra e a quanto il colore della pelle spesso mi metta in imbarazzo e come la gente venga e spesso pretenda da te che sei l’occidentale ricco. Ma poi basta una piccola bimba di un villaggio sperduto a dirti una parola che ti ripaga di tanti sforzi: Grazie… e d’improvviso ti senti un po’ più a casa.



