Non è facile scrivere, pure poche righe dopo meno di una settimana dall’arrivo in questa terra, l’accoglienza che mi è stata riservata è commovente. Domenica, è stato davvero il trionfo dei colori, della gioia, delle emozioni, che ora, piano piano, devono sedimentare.

Ma in questa settimana è stato l’impatto terribile con la povertà a colpirmi, cose che ho sempre sentito dire e visto alla televisione, cose che, in fondo senti sempre lontane, ma che ora vedi con i tuoi occhi, ma che ora sai che capitano nella tua parrocchia, nella tua casa. Il viaggio bello è commovente di mecoledì è stato verso il villaggio più lontano della parrocchia, quasi 50 kilometri di Agnibilekrou, da fare attraverso una pista sterrata segnata da profonde buche. Io con un catechista, Eduard, siamo sul cassone del pick up, e se da una parte temo ad ogni buca di cadere, e la mia schiena é continuamente sollecitata; dall’altra riesco a godermi il meraviglioso paesaggio ivoriano. Ovunque si estende il verde di una foresta meravigliosa e delle coltivazioni dei contadini interrotta solo da questa linea rossa che è la strada che stiamo percorrendo. E mentre noi percorriamo la strada incrociamo un pezzo di mondo: ragazzine che portano l’acqua dal pozzo ponendo sulla testa bagnarole stracolme di acqua verso casa, bambini che vanno a scuola nel villaggio accanto e devono percorrere la mattina e la sera i kilometri che li separano dalla scuola, bambini che la divisa non ce l’hanno e quindi a scuola oggi non ci vanno, ma forse non ci andranno neppure domani, forse mai. Attraversi i villaggi, la gente saluta per cortesia, per curiosità, qualche bimbo vedendomi sul cassone del pick-up mi grida: “mon pere!”. Arriviamo dopo quasi due ore a Bangoa, qui viviamo confessioni (in agni, vi lascio immaginare) e messa. Terminata la Messa giriamo il villaggio per portare la comunione agli ammalati. Qui incontro la povertà più forte. Le persone sono a loro modo dignitose, ma malattia, vecchiaia ed indigenza lasciano il segno. Visitiamo alcuni disabili, entriamo in case senza alcuna comodità, alcun mobilio, e in alcune neppure il pavimento. Gli anziani più gravi giacciono su materassini di gommapiuma per terra, altri vecchi (così si chiamano senza alcuna offesa) riescono a stare seduti e ci ricevono alle porte di casa, sotto una pianta od una piccola tettoia circondati dai loro nipotini con la pancia gonfia a causa di qualche parassita. Una donna è nuda, il cancro le ha mangiato mezzo seno, nei giorni scorsi è caduta fratturandosi il braccio che è diventato gonfio almeno il doppio dell’altro ed inutilizzabile, ma non è andata all’ospedale o al centro di fisioterapia: Agnibilekrou è distante troppe ore di viaggio. Tutta questa povertà mi prende come un pugno allo stomaco. Come può essere ancora oggi? Perché non si ha diritto all’assistenza sanitaria minima? Perché bambini ancora oggi non vanno a scuola? E tu Dio?

Ma forse oggi, dopo pochi giorni, è meglio semplicemente stare nella domanda e non pretendere facili risposte.

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