Immediato: di fatto che avviene subito, senza intervallo di tempo. E’ questa la definizione che il dizionario offre della parola “immediato”. Una parola che trovo scritta nella ricetta medica che tengo in mano. Il piccolo Amadou necessita di una trasfusione “immediata” dicono i dottori dopo aver visto le sue analisi del sangue e aver riscontrato un’anemia “severa”. Ma al laboratorio dell’ospedale sangue non ce n’è. Cerco spiegazioni con questa parola “macigno” che trovo sulla prescrizione medica: “immediato” e che nella mia mente richiama un’urgenza; ma capisco che qui niente è preso troppo sul serio, qualcuno mi parla di Abengourou, il capoluogo di regione distante una sessantina di chilometri. Chiedo se da Abengourou il sangue potrà arrivare all’ospedale di Agnibilekrou e quando potrà arrivare, ma l’infermiere scrolla le spalle e dice: “io non lavoro mica ad Abengourou”.

Amadou è un bimbo di otto anni orfano di padre, la mamma l’anno scorso l’ha lasciato all’orfanotrofio ed ha frequentato la scuola passerella che ha sede nel cortile della parrocchia dove lavora Walter. Questa estate, è tornato in famiglia per passare le vacanze, ma ora la mamma ce lo porta preoccupatissima: non riesce neppure più a camminare mentre tutte le articolazioni sono doloranti tanto che ogni piccolo movimento è un tormento. Ci spiega la situazione a gesti più che a parole perché non conosce il francese e la sorella, una bambina poco più grande di Amadou, prova a fare da interprete di francese.

Dopo un consulto al dispensario delle suore decidiamo di portarlo all’ospedale generale di Agnibilekrou: un caos calmo! Se il mio immaginario di ospedale è stato forgiato dalla serie tv medici in prima linea, con un pronto soccorso in perenne stato di emergenza e medici ed infermieri che saltano da una parte all’altra per assistere i malati nelle loro situazioni più disparate, l’ospedale di Agnibilekrou è attraversato da decine di persone in camice che con ritmo lento e ciondolante svolgono un servizio non sempre ben comprensibile. Qualcuno lo vedi sempre lì, nella medesima posizione, seduto sulla stessa sedia, imperturbabilmente concentrato sul proprio cellulare, tanto che ti viene da chiederti se mai si sia spostato in tutta la giornata. Certo non mancano persone attente e generose che svolgono il lavoro con dedizione, ma molte non danno questa sensazione e sembrano essere lì per portare a casa il salario e magari arrotondarlo un po’ alle spalle delle disgrazie altrui.

Walter che ci accompagna non è mai entrato all’ospedale generale e impazzisce davanti alle procedure: i tanti infermieri in camice sono seduti a guardare la televisione mentre noi passiamo da un padiglione all’altro dell’ospedale per portare provette, ordinanze mediche e campioni dal laboratorio. Ogni cosa, prima di essere fatta deve essere pagata e pure i guanti si pagano cari all’ospedale, perché l’infermiere di turno deve trarne il proprio guadagno. E anche con i soldi in tasca, puoi scontrarti con un’ulteriore tragica realtà: mancano i mezzi, il sangue è finito. E ancora una volta il vocabolario si scontra inesorabilmente con la realtà: la necessità del sangue è immediata, ma la realtà dice che il tempo immediato in Africa non esiste. La sera, quando ormai abbiamo perduto le speranze di poter fare la trasfusione ad Amadou, arriva una chiamata della mamma che in qualche modo annuncia che il sangue è arrivato. Anche se Amadou è un’emergenza e il bisogno è immediato, devo partire dalla parrocchia e recarmi all’ospedale per pagare il prezioso sangue. Mi viene data una borsa termica con del ghiaccio che devo portare ai medici: finalmente la trasfusione comincia.

Il giorno seguente Amadou ha recuperato il sorriso ed è evidente che la trasfusione e le cure hanno cominciato a sortire il loro effetto. Dopo una giornata passata al reparto urgenze un infermiere arriva a dire che il bimbo deve essere trasferito in pediatria, la mamma raccoglie i bagagli mentre io porto una nuova scatola con all’interno un’altra sacca di sangue per completare le cure. Chiedo all’infermiere dove dobbiamo andare, ma spaesato mi guarda e mi dice che lui non lo sa… Comincio a ridere di fronte a questa incertezza, ma è il riso amaro che ti regala ogni giorno l’Africa con le sue contraddizione e il suo senso o non senso misterioso ed affascinante che sfugge ad ogni definizione da dizionario.

One Reply to “Immediato…”

  1. Dopo averti letto, ci vuole sempre del tempo per commentare, non è “immediato” perché quella strana Africa la fai entare direttamente in casa… Si accomoda e per un po’ sta seduta vicino a me, ci vuole del tempo per accettarla. In silenzio, fa riflettere, fai riflettere. Per ora GRAZIE e non smettere se puoi

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: