E finalmente arriva il 25 dicembre? Come è celebrare il Natale 35 gradi?

Caldo, ma non caldissimo, proprio in questi giorni è arrivato l’harmattan un vento caldo che viene dal nord, dal deserto del Sahara che porta con se, oltre che il suo carico di poussière  (polvere) che invade ovunque la città, un caldo intenso, ma secco e, durante la notte, si verifica una grande escursione termica per cui si arriva al mattino di Natale con 18°. Questa temperatura che negli africani scatena il panico per cui si sentono in dovere di girare con improponibili piumini d’oca! Vero è che l’escursione termica di una ventina di gradi si fa sentire e pure io la mattina soffro un po’ di “freddo”. La mattina di Natale arriva con il suo carico di energie e con le sue paure: nostalgia? Un natale senza famiglia vicina? Senza panettone? Senza giochi in scatola?

Come sempre in questo primo mese sono i bambini che mi aiutano ad entrare nel mistero del Natale, perché loro sono oltre le parole, a loro basta un sorriso e una mano accogliente… e, se hai una chitarra, non guasta! Allora eccomi a strimpellare la chitarra prima della Messa attorniato da les anges: le bambine che durante le celebrazioni con i loro foulard animano i canti danzando… Ho orecchiato alcuni canti natalizi alla messa della notte e ora riprovo a suonarli con le bambine che cantano volentieri a squarciagola…

Canto, ballo, colori, tutto concorre a riempire di gioia la celebrazione della Messa, Dio è l’Emanuel: Dio è con noi!

Il pranzo non è esattamente quello solenne che preparava nonna Maria Teresa quando ero piccino, ma don Gianni mi fa una proposta interessante: mi accompagni ad Akoboisue ad un matrimonio? Non ho la più pallida idea di dove si trovi questo posto, ma… perché no? Così nel primo pomeriggio partiamo con il mitico Suzuki rosso del don Gianni scomparso per due settimane per passare la visita annuale dal meccanico che ha rimesso a posto tutti i pezzi (qualcuno ipotizza che di Suzuki sia rimasto solo il logo sulla carrozzeria). E dopo pochi kilometri di asfalto ci troviamo ben presto su piste davvero al limite dell’impraticabile affrontando buche che sono voragini di metri e la polvere che ricopre tutto e tutti… Akoboisue è la nostra meta: un villaggio dove don Gianni è venuto per circa trent’anni prima che diventasse parrocchia autonoma: qui, nel cortile della Chiesa, si festeggia il matrimonio di catechisti. L’accoglienza nei nostri confronti è calda: lo straniero non è mai intruso, è amico da accogliere con un cerimoniale che qui in Costa d’Avorio è scandito da momenti ben precisi. Gli sposi abbandonano le loro mogli e vengono ad accoglierci, e una volta celebrato il rituale di ingresso ci portano al loro tavolo di onore. Mi sento stranito a trovarmi al tavolo di nozze con persone che non ho mai conosciuto prima.

Il parroco don René mi mostra la Chiesa dedicata a san Carlo Lwanga, martire africano. La parte del presbiterio è piena di crepe e mi mostra come si sia distaccando di alcuni centimetri dalle fondamenta: tra poco cominceranno i lavori, la parete verrà abbattuta e la Chiesa verrà allargata. Don Gianni è riconosciuto e salutato da tutti con molto affetto e quando domandiamo la strada (ovvero cominciamo ad avviarci verso casa) sono gli sposi ad accompagnarci alla macchina e non possono lasciarci andare senza un paio di polli da portare nel Suzuki! Don Gianni mi fa cenno e mi lascia le chiavi: tocca a me guidare al ritorno. Affronto per la prima volta le piste africane, zigzagando tra la polvere per trovare la strada che ci permetta di tornare a casa senza che il Suzuki si distrugga nuovamente! Mi faccio così i miei quaranta kilometri di pista, non sempre così lineare, a volte un po’ tormentata, ricca di insidie…ma sicuramente una strada appassionante: proprio come il mio cammino, appena cominciato, in terra ivoriana: e se tu non manchi che mi mancherà?

p.s. come si è concluso il Natale? Con la tipica grigliata natalizia!

p.p.s. naturalmente ho guidato per 40 kilometri senza avere la patente ivoriana! 😛

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