“ Lo sai… io ho un fratello più grande!”

“Ma davvero? Che bello!”

“Sì, ha la pelle chiara come la tua!”

E cala il gelo…che sia stato un turista o un imprenditore di passaggio, oppure peggio… un missionario… no dai… forse è albino oppure…

“Si chiama Luca”…e mi abbraccia.

E’ la mia piccola amica Iamima (non sono certo che si scriva così) a farmi queste confidenze. Figlia della sagrista, è la bambina più presente nel cortile della parrocchia, con il suo sguardo vispo e la curiosità dei suoi 10 anni non lascia occasione per tormentarmi un po’ chiedermi un canto, un sorriso, un gioco…

In questo caldo pomeriggio della stagione secca è lì nel cortile mentre don Massimo sta montando il suo super impianto audio con cui sta preparando un musical recitato, ballato e cantato dai giovani della parrocchia. Don Massimo è veramente appassionato di impianti musicali e con stupore lo vedo sfoggiare un mixer digitale con decine e decine di canali… e chi se lo sarebbe mai aspettato in Africa, la musica è anche questo, ricerca tecnica, ascolto minuzioso, lavoro di cesello affinché il suono possa essere valorizzato a pieno.

Ma, incredibilmente, la musica è anche suono selvaggio, improvvisazione, la musica è anche totalmente unplugged, la musica è anche corpo che si muove è anche comunicazione oltre le parole, oltre i propri limiti, la musica è anche e soprattutto emozione. Così, mentre viene montato per la prova generale il super mixer digitale, io osservo il cortile della nostra parrocchia in questo pomeriggio torrido e mi perdo a giocare con Iamima. Ma non siamo soli, con noi un altro assiduo abitante del cortile della parrocchia, visibile per tutti eppure invisibile per molti. Si tratta di Koffi, un ragazzo disabile che spesso passa la sua giornata seduto all’ombra su una delle nostre panchine. Non so molto sulla sua origine, sulla sua famiglia, e chiedendo pochi sanno qualcosa di più… Iamima mi dice che abita vicino a lei nei bassifondi del quartiere di Gabriel. Certo tutti i giorni lui arriva con una scodella di plastica contenente del cibo, si siede su una panchina e pian piano, in un pasto che dura tutto un pomeriggio consuma il suo pasto, avendo cura che tutta la mano e pure un bel pezzo di braccio possa coprirsi dell’unto del pesce o del acechè che tiene nella scodella… Dal suo angolo scruta con occhi attenti tutto il cortile, io, ultimo arrivato, quando lo vedo gli sorrido e scuoto la mano come a sgridarlo…” se ti becco gaurda che te le do”. Lui comincia a sghignazzare di gusto e si alza scuotendo le mani e urlando nella sua lingua incomprensibile. Quando ti avvicini è contento e ancor di più si agita e ride… lo stringo per il braccio evitando le mani unte di cibo e vincendo dentro di me il disgusto per l’odore acre di piscio che lo circonda.

Oggi, insieme a Iamima, mi avvicino a lui e mi metto a fischiettare uno dei motivi più belli che esistano sulla faccia della terra: Layla di Eric Clapton (naturalmente la versione unplugged) . Lui gradisce, si agita nel suo sorriso sottolineato dai suoi dentoni sporgenti e comincia a battere le mani a tempo di musica. La dove lingua, disabilità, cultura sembrano mettere ponti insormontabili basta il tuo corpo che percuote le mani e trasforma l’aria della tua bocca in suono, per creare un inaspettato ponte. Ben vengano i mixer digitali, le prove di canto e di recitazione, ma lasciamo che la musica rimanga anche suono improvvisato, rapporto immediato e sorprendente, dialogo oltre ogni cultura. Oggi anche io ho scoperto, grazie ad una bambina, grazie a un disabile abbandonato e grazie alla musica, di avere dei fratelli con la pelle un po’ più scura della mia.

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