Partenza direzione N’Guessan Koffikro, uno dei pochi villaggi della parrocchia che non ho ancora visitato, siamo a bordo della nostra mitica Tata, fuoristrada indiano non particolarmente affidabile con un caratteristico rumore da trattore. Al volante si trova il catechista Eduard e accanto il parroco don Gianni che per questo villaggio lascia da parte il suzukino rosso non fidandosi del tragitto, io sul cassone con Chiara e Valentina, due ragazze italiane in visita dalle suore della nostra parrocchia. Attraversiamo i villaggi che già ho conosciuto e che sono vicini alla strada, ma dopo Kongodia prendiamo una pista sconnessa che ci fa attraversare coltivazioni di tek e caucciù. Dopo un po’ di kilometri abbandoniamo pure la pista principale per arrivare ad una sorta di sentiero che Eduard affronta con consueto coraggio e velocità, sul cassone mi trovo a schivare i rami di anacardi che invadono la piccola pista, si sente un profumo intenso che avvolge tutto che evidentemente proviene da alcuni arbusti che cingono la strada meravigliosamente fioriti di bianco: si tratta di caffè. Nonostante le buche, i rami da schivare e la Tata che arranca; il viaggio è meraviglioso, in mezzo alla vera foresta africana. Arriviamo ad un bassofondo dove pozze ed acquitrini rendono ancora più difficile il passaggio: ci fermiamo, l’ultimo pezzo bisogna farlo a piedi. Dopo pochi minuti di camminata arriviamo a N’Guessan Koffikro e qualcosa di unico avvolge questo piccolissimo villaggio: probabilmente il più sperduto di tutti gli 11 affidati alla nostra cura pastorale. Qui veniamo accolti dal catechista Pascal: sono i catechisti che tutti i giorni animano le preghiere, che la domenica dirigono la liturgia della Parola e che insegnano la Parola ai catecumeni. Oggi è giornata particolare per la piccola comunità: si festeggia la conversione di san Paolo, patrono del villaggio. Dopo i saluti iniziali Pascal ci porta a passeggiare per il villaggio, magnifico, misero e terribile come solo la vera africa sa essere. Gruppi di bambini mezzi nudi ci vengono incontro, ma con la diffidenza di chi il Tubabu (bianco) non lo conosce troppo e i più piccoli fuggono terrorizzati alla vista della nostra pelle bianca. Quasi ogni bambino possiede un amuleto o un feticcio, segno di una forza ancora evidente degli antichi costumi e religioni in questa parte sperduta d’Africa. Passando per il villaggio visitiamo un nuovo “maki” (piccolo ristorante) che la gente del posto sta costruendo per i grandi eventi che raggruppano tutta la popolazione. E se sorprendono questi segni di novità, rimani senza parole quando una giovane donna ci viene incontro appoggiata ad un grosso bastone e trascinando il piede destro: alcune settimane fa è rimasta ferita al piede, ora la ferita ha fatto infezione e la gamba sta letteralmente andando in putrefazione… “bisogna portarla subito all’ospedale!” , tutti annuiscono, per cortesia, ma nessuno sembra prendere sul serio la nostra richiesta, come se la natura dovesse fare il suo corso e non stesse a noi intervenire.

Durante la Messa don Gianni racconta della passione missionaria di Paolo, il più piccolo di tutti gli apostoli, ma grande nel suo zelo e nella sua passione e tutti rimangono colpiti dalla forza di quest’uomo. Chissà se Paolo poteva pensare che grazie al suo annuncio la Parola di Gesù sarebbe arrivata fino a N’Guessan Koffikro? La discussione prosegue anche dopo a tavola: gli uomini della Chiesa si ritrovano insieme con noi ospiti per consumare un lauto pasto festeggiando la conversione di San Paolo. Vino, birra, ma anche bangui (vino di palma) e koutoukou (grappa ivoriana) scorrono senza troppa timidezza e gli uomini brilli cominciano a confrontarsi senza grossi freni. Io mi prendo il mio foutou con il sugo agli arachidi: piatto tipico del luogo e tutti rimangono stupiti: “Sono un ivoriano bianco”! Alla battuta tutti ridono, ma Eduard rilancia, “se sei ivoriano il foutou lo mangi con le mani”. Detto fatto, intingo le mani in una bacinella in cui altri dieci hanno fatto la stessa operazione e comincio a mangiare con le mani (il vaccino contro il tifo è fatto!) Nasce poi una discussione tra le varie etnie, gli agni sono i proprietari della terra, ma questo è un villaggio di stranieri koulango, che provengono dal nord. Meglio Agni o meglio Koulango? Alla fine del pasto mi chiedono di presentare le due ragazze che sono con noi! C’è Chiara… che è toscana! Quindi se don Gianni fosse Agni lei sarebbe Koulango… e io sarei per parte di mamma Koulango e di papà Agni, poi c’è Valentina che è emiliana… quindi lei è… Baulè! Mi incarto in questi paragoni etnici spinto pure io da uno spirito non proprio divino. Tutti ridono! Perché, tutti in fondo lo sappiamo, il mistero più grande è proprio quello di trovarsi in mezzo alla foresta africana, in questo angolo sperduto della terra, provenienti da tutte le parti del mondo e condividere la stessa mensa, la stessa fede, lo stesso pane spezzato per tutti… e questo è semplicemente FANTASTICO! #sottolostessocielo #graziesanpaolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: