Era la tarda serata del 22 gennaio del 2018, un caldo afoso ed insopportabile avvolgeva Abidjan e io, per la prima volta in Costa d’Avorio, mi trovavo avvolto da questa cappa di umidità terrificante. Era la mia prima volta nell’Africa nera, in discernimento per dare una risposta ad una richiesta del Vescovo Francesco. Ad un anno di distanza mi ritrovo ancora nella megalopoli africana, ma non si tratta più di gita, ma di vita. E la vita è fatta anche di richieste e documenti da compilare per ottenere il visto religioso. Per questo motivo mi ritrovo nella capitale (de facto) ivoriana, un formicaio brulicante di persone, un traffico intenso e caotico in cui niente sembra avere un ordine ed ogni elementare regola del codice della strada è costantemente calpestata. Mamma Letizia cita spesso tale Bambagioni di Magliano che all’esame di patente a Grosseto rispose che la precedenza è di chi c’ha più coraggio! Così è Abidjan, in cui flussi di macchine impazzite si trovano ad incrociarsi senza apparente logica, in cui non c’è più destra o sinistra, in cui la corsia di emergenza dell’autostrada può essere sfruttata contromano per tornare indietro, e nessun marciapiede è troppo alto per essere saltato e passare alla corsia opposta. Ma Abidjan è anche la città dell’amministrazione, città di palazzi di potere, di ditte internazionali, città in cui molti hanno avuto successo. Così in questo pomeriggio nella metropoli ci troviamo dapprima a visitare la cattedrale, edificio grande ed imponente che richiama la forma dell’elefante con una torre campanaria che richiama proprio la caratteristica forma della proboscide di questo animale simbolo dello stato. L’interno ampio e luminoso richiama una barca, la barca che portò Paolo (patrono della cattedrale) a lasciare l’Asia per annunciare il Vangelo in Europa. La stessa barca che, secoli dopo, portò i missionari europei sulle sponde dell’Africa per annunciare il Vangelo anche nell’Africa subsahariana. Nei quartieri centrali di Abidjan i soldi non mancano, la gente può sfoggiare belle macchine ed i cristiani finanziano la costruzione di Chiese ampie, belle, nuove… Non è una sorpresa trovare nella parrocchia dove pernottiamo una cappella che custodisce il santissimo sacramento completamente climatizzata. E mentre fuori si toccano i 40 gradi, nella cappella si rimane costantemente sui 19 gradi (con uno sbalzo termico non consigliabile ai più delicati).

Ma il pomeriggio è dedicato anche alle compere: ad Abidjan puoi trovare tutto, o quasi: cartucce della stampante, impianti audio, Bibbie a poco prezzo, libri, componenti elettroniche e molte altre cose che nelle città provinciali sono introvabili. Qui i centri commerciali sono molto simili ai nostri, e ti sorprendi davvero a ricercare marchi che possano esserti familiari: allora quasi ti commuovi quando scopri sul banco delle bibite un’aranciata San Pellegrino… Come sempre mi ritrovo a frugare nel reparto vini: un’ intera corsia in cui si trovano vini divisi per regioni: Bordeaux, vino della Loira, della Linguadoca, dell’Alsazia… E finalmente il settore vini stranieri. Ed ancora una volta di più, da queste piccole cose, capisci che il colonialismo francese non è un retaggio del passato, ma una realtà del presente, non solo per l’importazione massiccia del vino francese (che è legittima), ma perché questo è venduto come locale, mentre i vini spagnoli, sudafricani, cileni, libanesi ed italiani sono considerati “stranieri”. Vinto dalla nostalgia mi prendo di bottiglie di Chianti, purtroppo del Morellino di Scansano nessuna traccia… Oggi si mangia italiano a pranzo una pizza (degna di questo nome), una birra Menabrea ed un espresso (per niente degno di questo nome). A cena ravioli al ragù: sono i piccoli grandi miracoli di una globalizzazione che ha portato agio e privilegi ai pochi ed ha reso rifiuti umani molti…

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