“Ho desiderato ardentemente celebrare questa Pasqua con voi”

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“Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi”. Sono le Parole cariche di affetto che Gesù rivolge ai suoi discepoli la notte in cui verrà consegnato per essere condannato. E proprio queste parole che leggo durante la passione di don Luca colpiscono e trafiggono. È sabato mattina, ma già sto celebrando la domenica delle palme nel carcere di Abengorou. Sono stato invitato da Père Edmond, giovane prete diocesano originario di Agnibilekrou e cappellano delle carceri. Con me sono venuti anche Giuseppe e Aldo, parenti di don Gianni e ospiti da noi per questa quaresima, e Stephane, maestro della scuola in parrocchia.

Entriamo in questo luogo di sofferenza e abbandono, con il timore che si ha quando si incontra qualcosa di nuovo e misterioso e il pregiudizio nei confronti di chi nella vita ha commesso i suoi errori… ma alcune parole risuonano nella mente: “ero prigioniero e siete venuti a trovarmi”. Il primo cortile dove entriamo già ci catapulta in un mondo duro: cucine, qualche piccolo atelier, postazioni militari, ambulatori, segreteria ed ufficio della direttrice. Qui si trovano tutti i servizi principali, in spazi ristretti e sacrificati. Qui stanno preparando l’unico pasto della giornata, un po’ di cibo è ciò che passa lo stato, il resto viene da quello che il cappellano riesce a raccogliere. Père Edmond ci porta dalla direttrice che spiega che i detenuti effettivi sono 538, per una struttura studiata per la metà delle presenze. Questa donna sottolinea il lavoro di Père Edmond e ricorda la solitudine di queste persone: solo una cinquantina di detenuti ricevono delle visite di parenti ed amici, gli altri non hanno più nessuno.

Entriamo finalmente nel cortile interno dove si svolgerà la Messa: dobbiamo passare attraverso i 3 cancelli che separano il fuori dal dentro, ad ogni cancello il senso di oppressione aumenta. Giungiamo in un piccolo cortile e gli edifici attorno sono lo spazio vitale per tutti i detenuti uomini del carcere, qui sotto una tettoia fissa, ed un paio di tende mobili si sono sistemati i carcerati in attesa della liturgia. Lo spazio è minimo, non si ha un luogo di culto specifico e quindi anche la Messa è celebrata mentre altri detenuti di altre religioni o con altri interessi giocano, chiacchierano e passano il tempo. La maggior parte dei detenuti è giovane e mi perdo a guardare i loro occhi carichi di dolore ma dignitosi. Un coro di carcerati accompagna la funzione. Leggiamo la passione: “ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi”. In questo luogo, ogni parola ed ogni espressione del Vangelo assume una sfumatura nuova, un’ottica che prima non avevo mai pensato. Gesù parla nella dignità calpestata di questi fratelli. Proprio in san Luca, Gesù riceve una buona parola sulla croce solo da uno dei due malfattori, da un prigioniero appunto. E dal crocefisso arriva una parola di speranza che raggiunge chi di speranza non ne ha più… “oggi sarai con me in Paradiso…”

Mi commuovo pensando a Gesù innocente condannato come malfattore e ad un malfattore che, riconoscendo la propria colpa, diviene il primo santo. Oggi c’è una parola di speranza per ciascuno di noi, piccoli e grandi malfattori, nessuno escluso.

Alla fine della celebrazione visitiamo la parte riservata ai minori, una stanza di 5-6 metri per 3 dove dormono dodici ragazzi, poi un pergolato di un metro e ancora un cortiletto di un paio di metri, il tutto circondato da alte mura che tolgono il fiato e lasciano solo intravedere il cielo. Questo è lo spazio riservato a questi adolescenti per la loro vita. Solo un paio di questi ragazzi sono condannati definitivamente per un reato, gli altri attendono un giudizio, ma la famiglia non paga la cauzione per liberarli: qualcuno non ha soldi, altri hanno vergogna e si sono dimenticati di loro. Esco attraverso la porta di ferro attraverso la quale solo un piccolo spioncino garantisce comunicazione. Uscendo mi giro un’altra volta… e vedo gli occhi di questi ragazzi seguirmi in un misto di tristezza, malinconia, e mi sento incredibilmente in colpa per il dono della libertà, per il fatto di essere cresciuto in una famiglia che mi ha amato, educato, coccolato sempre e donato le migliori possibilità… Mentre questo sguardo mi penetra dentro sorrido loro un’ultima volta e alzo la mano in segno di saluto. Mi rispondono con un sorriso ed un cenno che sa di gratitudine. Sono occhi che non scorderò facilmente.

“Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi”

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