Come spesso mi capita al villaggio Tankouakankro, al termine della Messa vengo assalito da una schiera di bambini festanti. Arriviamo al villaggio solo una volta al mese, ma per i bimbi rimane un momento di attendere in cui la quotidianità s’interrompe, è arrivato il père… Massimo! No Luca

Da qualche mese c’è la novità della mia presenza in molte delle incursioni di don Massimo nei villaggi a nord della città; lui ed Eduard, il catechista, sono in cabina, io mi godo il panorama ed i colpi nel cassone del pick-up (marca Tata) che arranca su una pista ogni volta peggiore.

E come ogni novità i bambini la affrontano con quella simpatica ed entusiasmante irriverenza e spontaneità di chi nella vita è un novello e nella vita ha ancora fiducia… Così mi trovo attorniato da bambini che mi prendono la mano e mi conducono nel loro villaggio. Terminata la messa ci si siede con i catechisti e con loro si condividono le fatiche e le novità della comunità: dalla catechesi al pozzo che non riesce a portare acqua, dalla visita del sottoprefetto al prezzo dell’anacardo che nessuno rispetta. Vorrei ascoltare anche io questi discorsi, ma vengo travolto da questa folla di bambini, ciascuno vuole la mia mano, e quando sono più di due diventa una lotta che nel migliore dei casi si risolve con la spartizione delle mie dita…

Comincia poi la palpazione del tubabu (bianco). Piano piano, prendono confidenza, e cominciano a toccare i miei peli. Sono soffici e delicati rispetto ai peli di un africano e carezzarli è uno dei loro passatempi preferiti, qualcuno più ardito comincia a toccare i miei capelli morbidi che per niente ricordano i loro capelli arricciolati. Infine i più arditi si attaccano pure alla mia barba che è ispida, ma che non è molto di moda qui in Africa… insomma decine di mani mi coccolano e mi palpano ovunque.

Qualcuno comincia a toccare il mio orologio elettronico e vanno in visibilio vedendo come si accende e si spegne al semplice tocco di un dito. A quel punto tiro fuori il cellulare e il selfie diventa, ogni volta, un rito d’obbligo! Nel selfie, davanti a tutti si piazza il più piccoletto tutto pepe ed elegantissimo nella sua camicetta ciclamino. Tira fuori la lingua e via! Selfie fatto! Non parlano ancora bene il francese perché non sono mai stati a scuola, ma qualcuno mi dice il suo nome. “Je m’appelle Emile” mi dice il piccoletto e subito mi viene in mente un Emilio tutto pepe di altre latitudini, tutto il mondo è paese!

È venerdì e quelli che mi circondano sono i più piccoli, quelli che a scuola non ci vanno ancora. In questo villaggio la scuola è una struttura fatiscente in legno dove si fa un unico corso o il primo o il secondo anno di scuola primaria in alternanza. I più grandi devono recarsi ad Agninikro a qualche chilometro per poter frequentare le altre classi della scuola primaria. In altri villaggi non si trova neppure la catapecchia e i bambini di sei anni si trovano ad attraversare chilometri di sentieri nella foresta per arrivare a scuola come nel caso di Assemiankro.

Ad Assemiankro una ragazzina più grande è accanto a noi, lei a scuola non va, non perché è troppo piccola, ma perché ha smesso di andarci. “Preferisce lavorare nei campi” ci dice il catechista… e molti ragazzini di Asseminakro partono la mattina con il loro macete per coltivare il campo della famiglia, invece di partire con il loro zaino ed i loro quaderni. Non so quanto davvero “preferiscano i campi” o quanto la famiglia abbia bisogno del loro lavoro o quanto la scuola sia incapace di accogliere e motivare questi più poveri…Oggi ci sono i missionari ed anche la piccola che è cristiana può astenersi un po’ dal lavoro e rimanere accanto ai missionari godendosi un po’ di quell’infanzia strappata. Il suo destino senza la scuola è quello di essere data in sposa adolescente e a vent’anni essere già madre di qualche bambino. Difficilmente qualcuno la leverà da questa strada che sembra ineluttabile.

Mi sento impotente, e la guardo con affetto… forse l’unica cosa che posso fare oggi è scattare con lei un selfie per farla sentire importante e donarle uno sguardo d’amore in un mondo che sembra averla dimenticata.

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