Sono alcune settimane che è nato un rapporto di amicizia con un’ong ivoriana che gestisce un orfanotrofio proprio davanti alla nostra parrocchia. I contatti sono cominciati con una lettera, proseguiti con qualche visita di cortesia, fino a quando ho sfoderato la mia chitarra: da lì per i 12 bambini dell’orfanotrofio sono diventato il nuovo Jimi Hendrix e loro il mio pubblico preferito, pronti a ballare senza sosta di fronte al mio maldestro strimpellare.

Oggi è l’anniversario della mia ordinazione sacerdotale e decido che non c’è modo migliore di festeggiare che recarmi dai miei piccoli figlioletti. Ma oggi non posso andare a mani vuote: acquisto due belle baguette di pane, quattro bottiglie di bibite e… soprattutto un bel vasetto di nutella miracolosamente trovato tra gli scaffali del piccolo supermercato di Agnibilekrou. Una volta arrivato si legge un po’ di delusione nei loro occhi… “oggi la chitarra non c’è”, ma tirato fuori il vasetto di nutella monta la curiosità: molti di loro non hanno mai assaggiato la cioccolata spalmabile sebbene la Costa d’Avorio sia il primo produttore al mondo di cacao. Io spero di non lasciarli delusi mentre li spiego che questo è una delle specialità italiana….

Si crea un cerchio di sedie mentre facciamo merenda e mi fermo a guardare i volti di questi bimbi che nelle ultime settimane mi sono diventati familiari: Ashley, Ange, Djadjalo, Checo, Aisha ecc… ciascuno di loro ha alle spalle una storia di abbandono e sofferenza difficilmente concepibili … Eppure in questo momento siamo sereni!

I bambini sono quattordici e sono accuditi da una giovane donna di nome Letitia. Mi racconta la sua storia: anche lei è orfana, il padre è morto che lei era bambina e la mamma ben presto mostra disturbi psichiatrici, per cui, non ancora adolescente, si ritrova sola. Durante la crisi post elettorale del 2010, quando lei ha solo 16 anni, un soldato abusa di lei. Da questa relazione nascerà un figlio e sarà costretta ad abbandonare la scuola, ma cresce in Letitia il desiderio che nessun bambino possa trovarsi solo e senza appoggi come è stato per lei. Comincia quindi a raccogliere alcuni bambini abbandonati ed accudirli. Nasce così la sua ong, nasce così l’idea dell’orfanotrofio.

Ora attorno a Letitia si ritrovano 14 bambini che vivono insieme come fratelli e con la loro giovane mamma. In questa settimana mi ritrovo a fare un po’ il papà: uno di questi bambini di nome Sie ha delle piaghe alle gambe, ma non ci sono i mezzi per curarle, decido di accompagnarlo all’ospedale dove tutto si deve pagare: garze, guanti, disinfettante, bende. Se vuoi avere la tua medicazione alle piaghe devi prima comprare tutto in farmacia, poi tornare per farti medicare.

Con gioia scopriamo che la glicemia di Sie è nella norma e che quindi non si tratta di diabete, ma probabilmente di ferite un po’ trascurate: mentre lo disinfettano Sie strilla come un matto, per tenerlo fermo, mi trovo costretto a sdraiarmi su di lui, che si dimena come un forsennato!

Mentre guardo con affetto questi bambini mi viene in mente uno dei momenti, ce ne sono stati e ce ne saranno, in cui mi sono chiesto perché sono partito per l’Africa, e se davvero non avessi sbagliato tutto. Mentre passeggiavo per il cortile della Chiesa con questi pensieri mi trovo ad incrociare uno dei piccoli di questo mondo che tanto mi insegnano. Si tratta di un giovanotto disabile, metà del suo corpo è come paralizzata per cui il suo braccio destro e ripiegato costantemente sul gomito, la sua gamba è come se dovesse essere trascinata e pure il suo parlare tradisce una certa fatica, eppure è un giovane molto intelligente e con i suoi occhi vispi ti scruta sempre con una certa curiosità. La sua sola presenza mi rallegra e lo saluto: “Yannick”! Subito il suo volto si illumina ed esplode in un sorriso: “Mon père (Padre mio), tu conosci il mio nome!”

Le parole di Yannick mi arrivano come un pugno allo stomaco. Essere padre di chi crede di non essere degno neppure di essere nominato, essere segno (sacramento) di quel Padre che conosce ciascuno per nome e per cui nessuno è troppo piccolo, troppo povero, troppo dimenticato perché lui posso trascurarlo. Essere padre, perché Dio che è Padre conosce il mio nome, mi ha chiamato per nome.

Essere padre che chiama per nome i suoi figli, donando a ciascuno un volto, una storia ed una parola di redenzione per tutti uguale e per ciascuno diversa. Ecco perché sono in terra d’Africa, ecco perché il Signore mi ha chiamato ad essere Suo sacerdote, ecco perché Tu mi hai chiamato per nome.

2 Replies to “Tu conosci il mio nome!”

  1. Luca ogni tua parola è un insegnamento, un dono per noi che viviamo, talvolta, senza renderci conto della bellezza della vita.
    Ci ricordi semplicemente com’ è gratificante prendersi cura degli altri e come donare riempie più che ricevere.
    Un abbraccio forte forte
    Nicola e Flavia

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