E dopo una prima metà di luglio stranamente tranquilla come non accadeva da quei lugli passati da ragazzino al paesello dei nonni, ecco che ti travolge l’estate con il suo carico di attività: terminata la settimana dei bambini in città, il programma prevede quella nei villaggi e così la settimana successiva attraversiamo con la nostra mitica Tata (pick-up indiano di dubbia resistenza) le piste della nostra parrocchia per visitare i villaggi dove i seminaristi con alcuni animatori provenienti dalla città ed altri provenienti dal villaggio stesso stanno organizzando l’animazione per i bambini.

Ma sul cassone non sono solo, con me ci sono anche tre ragazze italiane, inviate dal centro missionario di Bergamo, che hanno scelto di vivere la loro vacanza in maniera particolare quest’anno condividendo con noi tre settimane del loro tempo. Sono Francesca, Nazarena e Giulia e nei loro occhi rivedo lo stesso smarrimento e le stesse domande che mi hanno attraversato in questi primi mesi di Africa. Anche per questo mi sono subito simpatiche e nasce una bella condivisione, e se le tante domande che non smettono di pormi diventano troppe o troppo complicate mi difendo con la risposta jolly: “Ma io sono appena arrivato!” Una risposta che sento profondamente vera e che dice di un mio cammino ancora tutto da vivere e da svolgere, di un ascolto che è ancora tutto da fare, di tante cose che ancora sono da comprendere… D’altronde sono solo nove mesi che vivo in Africa: il tempo necessario perché un bambino nasca, non certo un tempo sufficiente per comprendere un continente! Ogni volta che mi scontro con le contraddizioni, i ritardi, le incomprensioni locali mi dico che devo avere pazienza e sono proprio Francesca, Nazarena e Giulia che non perdono occasione per ricordarmi scherzosamente la frase che Letitia, la direttrice dell’orfanotrofio, è solita rivolgermi: “Tu non capisci la cultura africana!” Come darle torto?

Arriva il giorno della partenza per le ragazze e io sono incaricato di accompagnarle ad Abidjan, ma prima di andare all’aeroporto ci prendiamo il tempo per un pranzetto a Grand Bassam, località di villeggiatura sull’oceano poco distante. E mentre già ci immaginate distesi su una splendida sdraio a prendere il sole, circondati da sabbia finissima, palme e amache, rinfacciandoci la bella vita del missionario, mi dispiace dirvi che in verità la giornata era davvero degna dell’Irlanda, con il cielo grigio, una brezza fresca, la pioggerellina autunnale battente e noi a coprirci con i teli da mare piuttosto che a trovare un’amaca dove prendere il sole! Ma l’oceano ha sempre il suo fascino… e come ha detto Francesca: “Ci pensi? Guardando davanti a noi oltre l’orizzonte ci sono solo i pinguini dell’Antartide!” 

Forse il viaggio ad Abidjan, oppure i viaggi in Tata, forse le troppe attività, sicuramente le zanzare che in questo periodo sono molto arzille, forse le chiacchierate e le partite a Taboo e Dixit con le ragazze dopo cena, mi portano una grande stanchezza che sfocia in malaria nel giro di pochi giorni. 

E’ la seconda in un mese, e spero che non ci stia prendendo il vizio a visitarmi con così tanta regolarità. Nel frattempo in parrocchia si sta svolgendo la 35esima edizione dell’incontro dei giovani, evento nel quale si sono ritrovati circa 150 giovani provenienti da tutti i diversi villaggi della parrocchia. È un tempo di condivisione, di giochi, di scherzi, ma anche di riflessione e di preghiera e mi amareggia molto dover passare la maggior parte del tempo a letto. Anche la domenica non me la sento di predicare e sono un po’ deluso e stanco per la malattia che non mi permette di essere come vorrei. 

Terminata la Messa, mi metto seduto su una panchina del cortile… è allora che arriva una ragazzina tutta sorridente, mi ringrazia e mi dice: “O ma ye mé”, la guardo attonito e non capisco. Lei mi ripete: “Mon Pére Luca ma ye mé”. Ancora non comprendo ed è allora che Rut, così si chiama la ragazza che ha anche un nome agni che credo non ricorderò mai, mi spiega: “E’ quello che dici sempre tu: è fantastico, c’est fantastique… ma tradotto in agni! Don Luca è fantastico! Mon Pére Luca ma ye mé!” Le sorrido: “Rut ma ye mé “. Tanta pazienza, sì, ma ricordati anche che quando sei debole è allora che sei forte.

L’incontro termina subito dopo pranzo, ma alle 18.30 ancora un bel gruppo di giovani non è partito: il mezzo che doveva accompagnarli non è ancora pervenuto. Proprio mentre chiedo informazioni arriva un pulmino scassatissimo, le cui dimensioni in Italia non consentirebbero il trasporto di più di nove persone. ma qui non siamo in Italia e loro salgono sul mezzo come se niente fosse in più di trenta con zaini e bagagli. Li osservo infilarsi con gioia in questo pulmino dal numero di sedili moltiplicato, con le ruote semi sgonfie che per il peso quasi tocca per terra e, una volta terminata la disponibilità di posti all’interno dell’abitacolo, tre si accomodano sul tetto della vettura già ingombro di bagagli e tocco finale uno si appende alla scaletta montata apposta sulla parte posteriore de pulmino per permettere di sfruttare appieno lo spazio sul tetto… in queste condizioni dovranno affrontare circa 40 chilometri di pista al buio.  È proprio vero: io non capisco la cultura africana… Non mi resta che, con pazienza, benedire Dio anche nelle fatiche… la vita ma ye mé!

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