“Sole che batte sui palazzi in costruzione, sole che batte sul campo di pallone, e terra e polvere che tira vento, che poi magari piove!”

Sono queste le indimenticabili parole di un super classico della musica italiana: “leva calcistica ‘68” scritta ed interpretata da De Gregori. La canzone racconta di Nino un piccolo bambino che comincia i suoi allenamenti con la scuola di calcio e la sua storia diventa una metafora per raccontare un’intera generazione, per dire i sogni e le aspettative legati ad un debutto, le fatiche di mezzi semplice, ma anche l’autenticità di certi poveri contesti.

E’ questa canzone che mi viene in mente quando vedo i bambini della parrocchia entrare nel campo di pallone del collegio cattolico per cominciare gli allenamenti. Già da un paio di anni Roberto, un volontario bergamasco ha cominciato questa avventura. Quest’anno, essendo rientrato in Italia Roberto, ne colgo il testimone e cerco di coinvolgere alcuni giovanotti della parrocchia nell’educazione dei ragazzi attraverso il calcio. Da più di un mese abbiamo cominciato un po’ di formazione con gli allenatori e da sabato scorso abbiamo iniziato gli allenamenti con ottanta bambini iscritti.

Sono gli amici del Boca che hanno offerto un aiuto economico e consigli organizzativi per gestire bambini ed allenamenti per riprovare a creare in Costa d’Avorio qualcosa di simile a quello che è nato a Boltiere. Certamente la precisione italiana si scontra un po’ con la realtà africana povera di mezzi: il campo non è il sintetico tanto desiderato dell’oratorio, ma un terreno dove i sassi affiorano continuamente e ciuffi d’erba ribelli non aiutano a comprendere quale sarà la traiettoria della palla. Ma non manca il desiderio di giocare calcio nonostante tutto e di ritagliarsi momenti di serenità. Certo mentre mostro i video che Alessio mi invia e cerco di tradurre le sue indicazioni mi viene da ridere: come spiegare ad un giovane di prendere la palla con la suola quando loro giocano a piedi nudi?

Un’impresa impossibile si rivela anche solo la semplice divisione in fasce d’età, dato che i ragazzi vanno dai 7 ai 14 anni. In realtà pochi conoscono la loro vera età anagrafica, qualcuno ha 8 anni perché è nato nel 2010 e qualcuno ne ha 7 perché nato nel 2008, qualcuno evidentemente non ha la più pallida idea di quando sia nato! Ma va bene così, e si cerca, a fatica, di creare dei gruppi omogenei. D’altra parte se chiedi ad un africano: “quando sei nato?”, di primo acchito lui ti risponderà… “io…sono nato di giovedì”. Sono i casi in cui ti accorgi che la nostra e la loro visione del tempo si scontrano in maniera irreversibile.

Gli allenamenti di pallone, il sole, la polvere, i sogni con il timore e il desiderio di affrontare un futuro che ancora non è troppo ben delineato. E’ questo il senso della canzone di De Gregori, è questo il gusto della mia vita oggi, ad un anno esatto dalla mia partenza dall’Italia e del mio arrivo in Costa d’Avorio. Esattamente un anno fa, senza preavviso, mi trovai all’aeroporto una splendida delegazione boltierese. Giovani che avevo conosciuto ragazzini e che, nel mio piccolo, ho accompagnato nella loro crescita, giovani che mi hanno aiutato a crescere a maturare, ma senza perdere lo spirito della giovinezza. Con loro, l’ultimo giorno di permanenza boltierese, mi sono trovato a cantare a squarciagola proprio quella canzone che tanto mi rappresenta oggi: “Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia!”.

E se non sono mancate le fatiche in terra ivoriana, spero che non mancherà però quel coraggio, quell’altruismo e quella fantasia che De Gregori canta. Nella vita si può sbagliare il rigore decisivo, ma triste è la vita di chi si dona a metà. Ed allora sotto “quest’altr’anno giocherà… con la maglia numero 7!” quella di Nino, e non di altri fenomeni apparentemente infallibili.

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