“Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonello Aureliano Buendia avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio”. Con questa frase enigmatica ed evocativa si apre “cent’anni di solitudine” uno dei romanzi più affascinanti della letteratura sud americana.

Come ogni mattina durante il pellegrinaggio, cominciamo a camminare alle 4 del mattino per poter arrivare prima che il sole arrivi al suo pesantissimo zenith. Ormai la metà del pellegrinaggio è passato ed arriviamo in una importante città del centro della Costa d’Avorio: Dimbokro, che sorge a fianco del fiume N’zi, il quale dona il nome a tutta la regione. Il cammino, come solito duro, ci porta per la prima volta in territori più brulli, in cui la vegetazione diventa più bassa e più rada: in questa zona ivoriana la foresta lascia spazio alla savana. Ma nonostante la calura della savana la tappa è tranquilla perché ormai le gambe sono ben allenate.

Una volta arrivati l’accoglienza del parroco è davvero generosa: a me e don Marco capita una piccola stanzetta tranquilla con bagno e due letti: un vero lusso. Ma come al solito non riesco a trovare qualcosa: il cavetto per ricaricare il cellulare è disperso e chiedo a qualcuno dove poterlo riacquistare. Jean Marie, giovane falegname della parrocchia, mi promette di accompagnarmi e decidiamo di fare due passi nel pomeriggio. Il letto comodo mi fa piombare in un sonno pesante, per cui mi risveglio un po’ tardi, e riassettando le mie cose scopro che il cavetto è proprio lì! Esco dalla stanza e scopro che Jean Marie ed una piccola comitiva mi sta aspettando, intuisco che gli ho fatto fare tardi. E anche quando scoprono che ho ritrovato il mio cavetto mi invitano a “visitare la città”. Mi chiedo cosa possa esserci di affasciante in questa città, ma nonostante le vesciche, la stanchezza e lo scetticismo parto con loro perché mi hanno aspettato a lungo.

Effettivamente a pochi passi dalla parrocchia dove abitiamo scorre il fiume N’zi e, su questo fiume, passa un ponte unico: il ponte della ferrovia. Una sola linea ferroviaria attraversa la Costa d’Avorio, partendo da Abidjan per arrivare in Burkina Faso. Si tratta di un unico binario istallato dai francesi nei tempi coloniali per trasportare merci e persone. Allora Dimbokro era uno dei centri di commercio più importanti del centro della Costa d’Avorio. Ancora oggi, qualche treno merci passa per questo unico binario che taglia a metà il paese. La struttura in ferro, dei primi anni del novecento, affascina irrimediabilmente i miei compagni di avventura che decidono di attraversare il fiume.

Accanto al binario, che è sorvegliato per impedirne il passaggio, si trova un piccolo ponte pedonale fatto di lastre di ferro e sorretto da mensole metalliche attaccate alla struttura principale. Il ponte pedonale diviene un passaggio comodo per molti: donne con le loro grandi e pesanti bacinelle sulla testa, bambini di passaggio, uomini in bicicletta spesso con un grande carico di merce che viene dai campi e pure motociclette sgangherate e pesanti. Mentre camminiamo in questo stretto, ma affollatissimo ponte, il fiume N’zi scorre sotto di noi placido in questo periodo di siccità. Noto che alcune lastre di ferro sono completamente arrugginite e che vistosi buchi lasciano vedere il fiume sottostante. Capisco che la tragedia potrebbe giungere all’improvviso, e che più che di incidente si dovrebbe parlare di imprudenza. E mi sorprendo a pensare che sto vivendo questo rischio per vedere un ponte tale e quale a quelli che ho visto fin da piccolo sull’Adda per andare a Milano e non capisco neppure il perché.

Una risposta mi arriva quando, una volta attraversato il ponte, vedo lo stupore dei miei compagni. Senza il controllo dei guardiani, dalla parte opposta, si può salire sul ponte e con calma osservare quelle due linee in ferro che sembrano perdersi all’infinito e farsi un selfie, perché come per il piccolo Aureliano di fronte al ghiaccio, quei binari sono una novità assoluta. E mi viene in mente la prima volta che, con nonno Gino e nonna Lina, sono salito su di un treno che da Bergamo ci avrebbe portato a Milano e lo stupore di quella volta, e la gioia di poter raggiungere con loro il duomo con le sue mille guglie e dare un po’ di mais ai piccioni. E scoprire che il mondo era un po’ più grande di quello che immaginavo. Ed allora io non lo sapevo, ma in quel viaggio, per la prima volta senza genitori, forse c’era già un po’ di gusto d’Africa. Perché in fondo, lo stupore degli eventi dell’infanzia, riaffiora misterioso in momenti della vita, donando gusto e dando senso alle tue scelte. Come un cubo di ghiaccio nella tenda di Melchiade o come il primo viaggio in treno o…come quella volta che attraversai il ponte arrugginito sullo N’zi per riscoprire i binari del treno!

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