Sono gli ultimi passi che ci separano dalla basilica Notre Dame de la Paix di Yamoussoukro, ma di passi ne abbiamo fatti tanti, con entusiasmo, con vigore, ma anche con fatica, stanchezza e sconforto. Qualcuno zoppica vistosamente per una tallonite, ma questi ultimi chilometri per arrivare alla meta nessuno vuole perderseli. Siamo partiti da Agnibilekrou il 29 gennaio carichi di tante aspettative. Alle 4 del mattino, dopo i primi passi nel chiarore delle lampade della città, una coltre di fitte tenebre ci avvolgeva rotta solo dalle nostre torce: come lucciole ciondolanti in attesa dell’alba. Certe mattine l’aria era incredibilmente piacevole e fina, purificata dal fresco e secco vento del deserto, altre volte l’afa assaliva fin dai primi passi rendendo il cammino difficile fin da subito, altre volte ci trovavamo oppressi da una coltre di nebbia che, nonostante il caldo, avvolgeva il nostro cammino.

Abbiamo percorso circa trenta chilometri ogni giorno, armati di un semplice bastone e di uno zaino. Gli italiani (don Massimo, don Marco, Chiara ed io) muniti di materiale tecnico e soprattutto calzature adeguate per un cammino tanto lungo, gli africani… armati essenzialmente di tanta fede, pochissimi mezzi, un bastone e tanta determinazione per arrivare. Qualcuno camminava con gli infradito, qualcuno con i sandaletti di gomma, altri avevano calzature evidentemente più piccole del loro piede, ma nonostante vesciche e dolori nessuno ha mollato. Avevamo una macchina che trasportava i bagagli più grossi in più ciascuno aveva la possibilità di portare un proprio zaino. Ma non per tutti lo zaino è un equipaggiamento comodo e familiare: qualcuno allora portava la propria borsa sulla testa, altri la legavano alla vita come se stessero portando un bambino, ricordo Thérese munita di uno zainetto piccolissimo nel quale non comprendevo cosa potesse esserci per poi vederla levare dall’interno un rosario di tutte le 200 “Ave Maria” lungo almeno due metri!

I più giovani e meglio allenati camminavano a medie impressionanti di circa sei chilometri all’ora, ma con loro camminava anche il vecchio Cyrille, falegname e carpentiere che con i suoi settant’anni era il più vecchio della compagnia: stupore di un fisico incredibile. In fondo un gruppo di persone non più giovani o segnate da vesciche ed altri dolori. Io e don Marco eravamo nel mezzo di questi gruppi, spesso in affanno, ma il desiderio di gustare una birra al baracchino del paese successivo non ci ha mai fatto demordere. Memorabile la situazione grottesca in cui ci siamo trovati per cui un signore, vedendoci camminare ai bordi della strada, si è fermato e sceso dalla sua macchina, per donarci trecento franchi a testa per prendere una bibita una volta arrivati a destinazione. Da europeo orgoglioso che è venuto in Africa ad aiutare i poveri avrei voluto rifiutare, ma vedo che don Marco accetta, e anche io apro la mano ed accolgo il piccolo dono. Ed il dono di questo ivoriano a due stranieri è segno di un’accoglienza e di un’attenzione particolare, perché essere pellegrino è riscoprirsi in quella condizione particolare per cui tendi la mano ed accetti con umiltà quello che ti viene donato, la condizione del mendicante, la condizione fondamentale di ogni uomo.

In ogni villaggio si era accolti dai cristiani del luogo che ci facevano soggiornare o in un’aula di una scuola o in qualche casa o in qualche struttura parrocchiale. Erano le mamme del luogo ad organizzare per noi pranzi e cene a base di atieké, riso, foutou, e bollito di gnami con salse piccanti e abbinamenti non proprio quotidiani per noi italiani. La sera, esausti, si andava a dormire presto: il giorno dopo alle tre ci saremmo svegliati.

Lungo la strada qualcuno domandava cosa facessimo, da dove venissimo e dove fossimo diretti, quando davamo qualche risposta la reazione era attonita ed incredula, nessuno ha mai attraversato metà Costa d’Avorio per un pellegrinaggio così: in Africa la fatica non è sport, ma pane quotidiano. Ma anche per il pellegrino la fatica non può essere sport, ma esercizio ed ascesi per poter gustare meglio quel pane quotidiano pure tanto sudato.

Finalmente dopo tanta fatica ci troviamo a 4 chilometri dalla basilica con la sua cupola immensa che sembra già tanto vicina e pure è ancora a un’ora di cammino. I più forti si fermano ed attendono e rallentano il passo, gli ultimi e gli zoppicanti si affrettano… alla nostra meta vogliamo arrivare insieme!

…continua…

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