Ci si ritrova alle 7 del mattino per un primo momento di preghiera e per cominciare a camminare. Sono circa seicento i giovani che partecipano al pellegrinaggio di quaresima e molti sono quelli a cui abbiamo dovuto negare di venire. Solo i catecumeni o coloro che frequentano i gruppi parrocchiali possono partecipare al pellegrinaggio. Penso all’Italia e a tutta la fatica di avere ogni volta un buon numero di partecipanti, all’ansia che nessuno partecipasse… qui al contrario il numero non è mai un problema e quando si organizza un pellegrinaggio di giovani la Chiesa si riempie sempre in poco tempo.

Il pellegrinaggio ci conduce per le strade polverose di Agnibilekrou, fino al villaggio di Ayenou, dove viviamo il secondo momento di riflessione, per giungere infine ad Agnanfoutou, a circa dieci chilometri dalla città, meta del nostro pellegrinaggio. Qui, nella Chiesa ancora in costruzione, celebriamo la Messa. Dopo il pranzo al sacco ci ritroviamo nel cortile della scuola del villaggio all’ombra di qualche mango per un momento d’animazione: qualcuno organizza qualche piccola recita, altri ballano, qualcuno canta. Mi affascina sempre come questi momenti tanto semplici siano però così apprezzati dalla maggior parte di questi giovani.

Finita l’animazione si rientra ancora a piedi, con il caldo soffocante che opprime. Ma a metà tragitto veniamo avvolti da un vento forte accompagnato da dense nubi nere che si avvicinano minacciose. Per fortuna il temporale sembra aggirarci e così veniamo avvolti solo da una pioggerellina piacevole che rende più agevole il cammino. Una delle difficoltà di avere sempre tanti partecipanti alle iniziative proposte è quella di non riuscire mai a conoscere bene i giovani che vi partecipano, creando quella bella familiarità che il gruppo piccolo consente. Ma non per questo mi tiro indietro e cerco lo stesso di scambiare qualche parola con chi mi sta intorno. Ad un certo punto attorno a me si crea un piccolo gruppetto di ragazzine e non sapendo bene di cosa parlare nasce l’idea di cantare, ma cosa?

In questi giorni il mio pensiero è sempre per la mia bella Bergamo e purtroppo questa volta non è solo la nostalgia per la splendida sagoma della Presolana, né il desiderio di passeggiare nella storia attraversando i vicoli di città alta, o di immergersi in luoghi che trasudano spiritualità come a Sant’Egidio di Fontanella e neppure il desiderio di una pizza come si deve mangiata con gli amici di sempre, ma è molto di più. Da lontano si sentono notizie terribili: amici che si ammalano, amici che muoiono. E la preoccupazione è incessante per le tante persone care che sono a Bergamo: mamma, papà e Sara, i miei confratelli, la gente di Boltiere, gli amici.

Per questo mi viene l’idea bizzarra di insegnare a quattro delle adolescenti ivoriane che mi circondano “Noter de Berghem”. Le ragazze provano a ripetere con me: “oi saì chi à e chi è che”, non esattamente un‘ impresa facile! Si ride insieme di certi strafalcioni, ma dentro il cuore piange.

La domenica scorre piena di attività: sono di turno in città dove celebro le due Messe in mattinata, poi nel pomeriggio sono ad un incontro con i giovani dell’azione cattolica, poi c’è la preghiera con tutti i bambini dei gruppi, infine l’adorazione eucaristica e la formazione animatori; il tutto senza neppure un istante di pausa! Ma quando mi fermo, in mezzo a tutti questi eventi ordinari, penso a chi questa ordinarietà non la può più vivere. Penso alle comunità che non possono celebrare insieme l’eucarestia, agli adolescenti e ai ragazzi che non possono andare in oratorio, ai bambini che non possono partecipare agli allenamenti settimanali con la loro squadra sportiva… E penso alla grazia grande di vivere le straordinarie cose della nostra ordinarietà, di poter incontrare, stringere la mano, abbracciare (beh, a me qualche volta, anche qui come a Boltiere, capita di stringere solo l’aria..), e, anche se dentro il cuore piange, penso che l’unica cosa che posso fare oggi è dare il meglio qui, in questa terra lontana dalla mia, con il dolore e la contraddizione che la caratterizzano.

Con il cuore ferito prego per la mia terra, prego perché questa malattia non arrivi in terra d’Africa dove le strutture sanitarie collasserebbero troppo alla svelta, prego per i miei cari. Con un po’ di emozione guardo il video che mi è stato inviato dell’angelus di don Beppe a Boltiere. Con i suoi soliti gesti un po’ folli, di quella follia che sa di Vangelo, è salito sul campanile per donare la benedizione a tutto il paese. E il paese si è bloccato e si è commosso, sciogliendosi in una preghiera. Alla fine don Beppe ha chiuso il suo intervento con una semplice espressione: Buon appetito! E questo augurio tanto ordinario mi ricorda che in questo momento l’Eucarestia non può essere celebrata con tutta la comunità. Tuttavia vivere con semplicità i momenti di condivisione in famiglia: il pasto, la preghiera, il gioco, la riflessione; questo è già profondamente eucaristico, questo ha già il sapore del Vangelo: la follia di porre gesti ordinari dove tutto è stravolto!

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