Agli ivoriani piacciono i funerali… così apostrofo i miei parrocchiani quando mi raccontano dei loro lunghi viaggi per un funerale di un non si sa bene quale lontano congiunto. E dopo questo tempo vissuto in Africa mi sembra di poter dire che a volte i funerali sono paradossalmente la cosa più importante della vita. Se prima della morte si omette una possibile cura per mancanza di mezzi o a causa della pessima sanità pubblica o semplicemente per trascuratezza. Dopo la morte niente è trascurato, i mezzi sembrano non mancare e folle si riuniscono per l’estremo saluto di un lontano parente. Per ben organizzare la cerimonia i defunti spesso vengono tenuti in camera mortuaria per giorni, settimane, a volte mesi. Purtroppo oltre alla solidarietà nel momento del dolore, si celano spesso dispute di soldi e questioni più materiali.

Purtroppo anche in Africa è difficile celebrare degnamente la morte in questo tempo di Covid sebbene le regole africane siano spesso interpretate con fantasia. Proprio in questi giorni celebriamo il funerale privato di don Francesco, evento che normalmente avrebbe davvero coinvolto molte persone, ma la diocesi di Bondoukou ha dovuto organizzare le esequie rispettando le norme igieniche imposte dal governo.

Anche noi preti bergamaschi siamo invitati al funerale del nostro confratello e vi partecipiamo per rendergli omaggio. Partiamo alle 5 del mattino non appena si rompe il coprifuoco (bizzarra iniziativa del governo per contenere il virus come se questo si propagasse solo le ore notturne) e viaggiamo verso nord per la strada rovinata che porta verso il Burkina Faso, raggiungendo dopo quattro ore il villaggio di Koutouba. Presso la scuola primaria del villaggio è stata preparata la cerimonia con un’organizzazione che mai avevo trovato in Africa. In effetti una zona è stata delimitata da delle corde, all’interno della quale sono posizionate alcune tende. Sotto le tende le sedie dei partecipanti al funerale sono lontane un metro una dall’altra e accedendo alla zona della celebrazione è necessario lavarsi le mani. Tutti devono indossare una mascherina, e io che non ero preparato alla necessità, scopro di avere in una tasca una mascherina a fiorellini che mi mette un po’ a disagio, ma si fa di necessità virtù. Secondo la legge ivoriana sono vietati assembramenti di più di cinquanta persone, ma effettivamente dentro il cordone siamo perfettamente in regola: noi preti di Bergamo, qualche prete di Bondoukou e qualche autorità. Il vicario generale si affretta a precisare che, quando l’emergenza sarà passata, celebreremo un nuovo funerale con tutto il popolo di Dio.

La celebrazione è semplice e composta, a don Massimo e don Elvio è chiesto di mettere sulla bara del nostro confratello la veste bianca e la stola, simbolo del servizio sacerdotale di don Francesco. Il Vescovo Bruno è appena arrivato in diocesi e non si perde in retoriche su don Francesco, uomo che di certo non amava discorsi ampollosi, ma con semplici parole ringrazia della sua testimonianza missionaria e di quella di don Gianni e don Elvio: uomini che hanno donato all’Africa il fiore dei loro anni. È un funerale estremamente semplice, ma credo che don Francesco avrebbe gradito così…

Fuori dal cordone le regole non sono così strettamente rispettate, ma non regna il caos, bensì un clima di silenzioso e doloroso rispetto. Alcuni seguono le preghiere rispondendo alle invocazioni della Messa, sono i cristiani; altri, i musulmani e i pagani, osservano con rispetto. Ma tutto il villaggio si è radunato attorno alla scuola per dare l’estremo saluto al loro pastore, a quel vecchio che aveva scelto di passare gli ultimi anni della sua vita in mezzo a loro. E ancora una volta mi commuove il coraggio di un uomo che poteva dirsi ormai arrivato e che si è rimesso in gioco, con la solita testardaggine, con la sua solita generosità: è stata vera spoliazione. Finito il rito della sepoltura, il villaggio curioso e commosso si avvicina alla tomba del loro strano amico e fratello per un ultimo saluto. Se il chicco di frumento non muore rimane da solo se muore…

One Reply to “Se muore…”

  1. Grazie di questo racconto testimonianza. Noi amici bergamaschi l’abbiamo conosciuto e lo conosciamo dal 1973 e condividiamo pienamente quello che dici di lui nella descrizione del suo funerale. Abbiamo pianto la morte dell’amico che aspettavamo il prossimo 10 giugno. Poi abbiamo pensato che lui accoglie amichevolmente il nostro pianto ma ci dà anche una “sgurlida” per dirci “sa fif po, ardi che me so riat e ve spete, fim vet sa fi adess”… Allora asciugate le lacrime cerchiamo di camminare qui sulla strada che anche lui ha fatto e ora fa in modo diverso… sarebbe bello continuare attraverso voi il rapporto con le persone che lui ha amato e ama in Costa d’Avorio. Stiamo in contatto. Grazie e un caldo saluto da Mauro e Mariangela

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