E si ricomincia! Con questa domenica di Pasqua ci ritroviamo a celebrare con tutto il popolo di Dio e le attività parrocchiali possono riprendere. La raccomandazione è quella di tenere presenti le misure barriere che il governo ha varato, tuttavia non esiste un protocollo preciso e dettagliato come in Italia e si lascia il tutto alla buona volontà di ciascuno. Così ci troviamo a riempire dei bidoni per poter permettere a tutti i fedeli di lavarsi le mani prima di entrare in Chiesa, segnaliamo con un pezzo di nastro adesivo di carta il posto che ciascuno può prendere, distanziato di un metro dal proprio vicino, consigliamo le maschere e prevediamo non più di duecento fedeli per ogni Messa (seguendo la regola del governo). Per limitare l’ingresso abbiamo moltiplicato le Messe che saranno quattro mentre abitualmente si celebrano solo due Messe e per evitare assembramenti all’uno o l’altra celebrazione è necessario presentarsi con un ticket che viene ritirato in settimana in parrocchia.

Insomma un’organizzazione scrupolosa sebbene in molti luoghi della città le misure preventive non siano minimamente applicate e il lunedì debba riprendere la scuola con assembramenti di migliaia di studenti e senza strutture idonee alla loro accoglienza. Al collegio pubblico (corrispondente alle nostre medie e superiori) riprenderanno i corsi solo per le due classi di esami e non tutti e sette i corsi ordinari. Eppure un professore ci confida che dividendo le classi dei due corsi secondo il numero richiesto per legge per avere un minimo di distanziazione, non hanno stanze a sufficienza nemmeno per i due corsi d’esame. La situazione segnala la fatiscenza delle scuole ivoriane: le classi sono composte da più di settanta studenti ammassati in stanze pensate per una ventina di allievi.

Io inauguro questa ripartenza con la Messa del sabato sera (una rarità perché in parrocchia di solito non ci sono Messe prefestive) ed è bello ed emozionante ritrovare il contatto con le persone. Il giorno dopo mi reco a Nianda, uno dei villaggi più grandi della parrocchia e pure nel villaggio si cerca di rispettare la distanziazione tra persone. E mentre osservo i fedeli così ordinati mi viene da sorridere paragonandoli ai but di igname.

L’igname è una delle piante tipiche dell’Africa occidentale, si tratta di un grosso tubero ricco di sostanze nutritive che è alla base della dieta africana come il frumento lo è per noi. Proprio questo è il periodo di semina degl’ignami e sono invitato da mamma Cecile (la mia mamma adottiva africana) a lavorare nel suo campo. La curiosità è molta e così con don Marco ci incamminiamo verso il villaggio di Cecile e una volta arrivati ci inoltriamo con lei nel bosco per arrivare al suo campo. Non sempre è facile capire dove finisca il bosco e cominci un campo, la manioca, per esempio, è un arbusto davvero infestante; invece gli alberi di anacardo e di cacao si confondono tra la vegetazione africana che è rigogliosa in questo periodo di piogge. Dopo venti minuti di cammino arriviamo ad una radura che è stata pulita e là Cecile ha già piantato delle arachidi e sta preparando il campo per gli ignami.

Tre ragazzini sono al lavoro con una piccola zappa, impegnati a fare delle piccole montagnette di terra: sono i but, un termine che non saprei tradurre, ma che indica piccoli mucchi di terra. Nel frattempo mamma Cecile taglia con cura gli ignami dell’anno scorso e mette su ogni but il pezzo di igname prima di interrarlo, da questo pezzetto nasceranno in pochi mesi nuovi tuberi. Io provo a dedicarmi alla preparazione di questi but, ma il risultato è un mucchietto striminzito, la zappa africana ha un manico inspiegabilmente corto e la terra è incredibilmente bassa. In pochi minuti sono stanco e sulle mani da “pretino” si formano subito delle vesciche. I ragazzi mi spiegano qualche strategia e comincio a capire come si può ottimizzare un po’ il lavoro. Certo, tutto ha un sapore molto arcaico, le zappe troppo corte, le montagnette da fare, gl’ignami da selezionare e tagliare con cura, le foglie di palma tagliate per contare i but realizzati e pagare i ragazzi. I ragazzi in una mattinata realizzano duecento but che sono pagati 3000 franchi, 1000 franchi ciascuno: un po’ più di un euro e mezzo. Mamma Cecile ci offre degli ignami bolliti da intingere in una splendida salsa e gusto tutto con molto appetito.

Tutto questo mi ritorna in mente guardando i visi dei fedeli in file, vicine, ma distanziate, proprio come i but degli ignami. E penso alla fatica di questi mesi di restrizioni per procurare il cibo per la propria famiglia, garantire l’istruzione dei figli e l’accesso alla sanità per tutti. Nella Messa cercherò di portare, con un pizzico si consapevolezza in più, la fatica che queste persone quotidianamente vivono, la fiducia nel dono di Dio, la speranza di un buon raccolto perché a nessuno manchi mai l’igname quotidiano.

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