Sembra l’altro ieri, ma in realtà è passato più di un mese, da quando con don Marco ci siamo recati al campo di mamma Cecile per realizzare quelle piccole montagnette chiamate “but” dove piantare i nuovi ignami. Anche oggi, zaino in spalla e abbigliamento da contadini ci incamminiamo verso il villaggio di Ayenou. In queste ultime settimane il clima è cambiato, il caldo opprimente e soffocante è stato mitigato dai numerosi temporali di fine maggio ed inizio giugno e sebbene la temperatura non scenda mai sotto i venticinque gradi, in questo periodo la canicola è meno forte, sebbene l’umidità a volte renda l’aria pesante.

E’ sempre uno spettacolo insolito in terra d’Africa vedere camminare due bianchi, la sorpresa è ancora più forte quando cerchiamo di spiegare che anche noi stiamo andando a lavorare ai campi. Cecile ci accoglie con il solito calore: per me ha preparato una bella calebasse (ovvero una tazza fatta con il guscio di un grosso frutto) piena di bangui ( la bevanda estratta dalla palma) e per don Marco un bel bicchierino di Koutoukou (potente grappa africana!): ormai conosce ed anticipa i nostri gusti. Riposati e rifocillati possiamo addentrarci nella foresta verso il campo di Cecile, noi con il nostro zainetto, lei con una pesantissima bacinella sulla testa piena di tutto l’occorrente per la giornata.

E’ stata proprio Cecile a insistere perché potessimo vedere i progressi del nostro campo d’ignami e per poterla aiutare ancora un po’ con il lavoro. Arriviamo al campo e notiamo che effettivamente da ogni but è ormai spuntato un arbusto che in certi casi è già di grandi dimensioni. L’igname è una pianta rampicante e per crescere bene ha bisogno di svilupparsi verso l’altro. Il nostro lavoro di oggi è sicuramente meno faticoso della scorsa volta, con alcuni spaghi dobbiamo legare le piante dell’igname a dei rami di piccoli alberi che punteggiano il campo o a bastoni predisposti a d’uopo. Così facendo l’igname crescerà senza problemi in tutto il suo vigore senza danneggiare le altre piante.

E mentre ci troviamo ad attaccare queste piante d’igname, mi sorprendo a pensare come in questo periodo, giorno dopo giorno, la pianta abbia germogliato fino a diventare un piccolo arbusto. In fondo anche questo mese trascorso dalla riapertura delle Chiese non ha avuto grandi novità, abbiamo organizzato le messe in città rispettando le misure barriera imposte dal governo, abbiamo visitato i nostri villaggi, abbiamo ripreso qualche piccola attività come la catechesi per i gruppi che si preparano ai sacramenti. Apparentemente niente di straordinario e, a volte, ci facciamo prendere da un po’ di sfiducia per il fatto che molto è ancora sospeso. Sembra sempre più difficile che riusciremo a vivere la settimana dei bambini in città e nei villaggi, gli incontri dei giovani della nostra parrocchia, che pure si celebrano da più di trentacinque anni, quest’anno rischiano di saltare, così come l’incontro degli adulti. Eppure è forse proprio nella noiosa ordinarietà di ogni giorno che qualche cosa, meravigliosamente misteriosa e meravigliosamente quotidiana, germina, cresce e prende forma. La misteriosa forza del Vangelo, che tu dorma o che tu vegli, cresce come un seme, come un igname che forma prima un germoglio e poi lo stelo e le foglie e questo virgulto cresce e si sviluppa in altezza sempre di più e produce i suoi tuberi nutrienti.

I miei pensieri ed i nostri lavori sono interrotti da mamma Cecile che, mentre noi leghiamo gl’ignami, ha preparato il pasto. Il pranzo è servito e come ogni buona mamma ha preparato il mio piatto africano preferito: apeci e koko gna! Si tratta di igname fatto bollire a pezzi con una salsa prodotta con le foglie di tarò che è un altro tubero molto nutriente. Osservo questa donna un po’ fuori dagli schemi, una grande chiacchierona, sempre solare, disponibile e accogliente… una donna meravigliosamente libera. E davvero penso che anche nella quotidianità di un villaggio contadino africano il Vangelo sa meravigliosamente germogliare!

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