Vai a c… ! Quante volte ho pensato e a volte pure esclamato questa espressione. A volte in maniera scherzosa, a volta imbestialito per una situazione che non riuscivo più a controllare e che mi faceva impazzire e la rabbia faceva sgorgare dal profondo e poi sulle labbra questo grido di battaglia! In fondo la nostra lingua possiede espressioni anche più volgari e noi italiani siamo davvero campioni nello sfogare con le ingiurie peggiori la nostra rabbia, le altre lingue lasciano meno spazio alla fantasia delle ingiurie. QuanequQuante volte di fronte alle contraddizioni della terra africana mi nasce il desiderio di gridare questa frase ai quattro venti e, sicuramente qualche volta l’ho pronunciata a denti stretti, pur sapendo che nessuno poteva comprendere le mie parole.

Ma questa esclamazione oggi la riservo per un caso particolare, di cui ho già scritto in queste pagine… e quante volte, troppe volte, avrei voluto urlarla. Si tratta della storia di un bambino, Dieudonné, nato senza ano in un villaggio vicino alla città. Per salvarlo da morte certa, appena nato, viene portato d’urgenza ad Abidjan e gli viene perforata la pancia per permettere alle feci di uscire. Ma questa è una soluzione provvisoria, è necessario che il suo ano malformato venga aperto, ma la famiglia poverissima non ha i mezzi economici. Un anno fa conosco Dieudonné all’orfanotrofio della città e mi impegno a trovare una soluzione. Tramite alcune amicizie, scopriamo che Kim, un’associazione italiana, è venuta in Costa d’Avorio con alcuni volontari per poter operare alcuni bambini, riusciamo ad entrare in contatto con l’associazione arrivando all’ospedale di Abidjan dove incontriamo alcuni membri. Ormai è tardi per l’intervento del bambino, ma Kim prende in carico tutte le spese e sembra che il lieto fine sia dietro l’angolo. Era il novembre scorso.

Tutto sembra indirizzato per il verso giusto, ma non tutto è così semplice, soprattutto in Africa. Bisogna organizzare numerosi viaggi da Agnibilekrou ad Abidjan per le analisi del bambino che non sempre sono in ordine a causa della malaria che colpisce regolarmente gli ivoriani; ma finalmente a febbraio Dieudonné subisce la sua prima operazione: il suo ano viene aperto senza problemi. Dopo poche settimane deve subire una seconda operazione per chiudere finalmente le ferite nel ventre, attendiamo che Dieudonné esca dalla sua “nuova” malaria e che abbia degli esami del sangue adeguati. Ma quando è il momento di partire arriva la novità: l’ospedale dove deve essere operato è riservato ai casi di coronavirus, quindi tutte le operazioni sono sospese. E il desiderio è quello di ripetere l’esclamazione di cui sopra, ma si tratta di un’emergenza mondiale e si accetta con pazienza.

I mesi passano, la pandemia non prende troppo piedi in Costa d’Avorio e il paese esce pian piano dal confinamento: giugno, luglio, agosto, settembre: l’operazione è pagata dall’associazione, ma ogni volta l’emissario di cui ho il contatto prende tempo: “i medici non mi danno un appuntamento”,” abbiamo bisogno di analisi” (di cui non arriva mai la lista), “faremo la settimana prossima”… E il desiderio è quello di ripetere l’esclamazione di cui sopra perché da troppo tempo questo bimbo deve essere operato!

Spinto da questa urgenza mi rivolgo ad un medico dell’ospedale di Agnibilekrou che mi assicura che questa seconda operazione può essere fatta qui in città. Mi impegno a pagare l’intervento e dopo l’ennesimo colpetto di malaria di Dieudonné si può procedere all’operazione. La sera dell’operazione arrivo in ospedale e il medico mi avvicina preoccupato e mi dice che ad Abidjan l’ano non è stato aperto visto che le supposte non vi entrano. Rimango senza parole e capisco come sia stato operato con una procedura molto “empirica”: senza analisi per cui si dovrebbe andare fino ad Abidjan, e senza cartella clinica in mano, smarrita in chissà quale capanna della Costa d’Avorio… e il desiderio, ancora una volta, è quello di ripetere l’esclamazione di cui sopra.

Il giorno dopo il dottore mi chiama contento: ha fatto una nuova operazione ed ha scoperto che si tratta di un fecaloma: l’ano era otturato dalle feci indurite e mi mostra un video terribile di quanto estratto dall’ano del povero bambino! Ora Dieudonné sta meglio e comunico alla famiglia che tutto è stato pagato e che ora devono trovare i mezzi per le ultime cure. L’indomani mattina mi ritrovo il papà di Dieudonné che chiede ancora soldi per la medicazione. Troppe volte quando aiuti con generosità qualcuno sembra che tutto sia dovuto, che anche la più piccola medicazione non possa essere pagata dalla famiglia, che nessun parente possa aiutare, che neppure cento franchi possano essere sborsati quando tu hai donato tanto e forse più del necessario. E ti sembra che più che la gratitudine per quanto fatto ci sia la pretesa di nuovi aiuti. E mentre mi sale l’esclamazione di cui sopra… mi trattengo e penso che Dieudonné ha bisogno di questa ultima medicazione e dono quanto necessario.

Finalmente la famiglia sgangherata arriva a salutarmi… mamma e papà analfabeti mi ringraziano nel loro francese improponibile, a casa gli aspettano gli altri figli, fra cui André che ha 9 anni, ma che non ha terminato neppure il primo anno di scuola e gli ricordo che devono mandarlo a studiare, ma sembra un pio appello perso nel nulla. E poi guardo Dieudonné con il suo viso imbronciato e sofferente per l’ennesima operazione subita… Il piccolo Diuedonné che dopo tanta fatica, viaggi, analisi, operazioni e momenti tristi e momenti di speranza, potrà vivere una vita normale! E allora non mi trattengo più perché a lui lo posso dire senza timore e finalmente senza impedimenti ora che il suo intestino è sistemato: VAI A CAGARE! Strano augurio di una vita normale, sicuramente complicata, ma che si spera felice!

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