Stephanie

Prima la mia vita era normale. Vivevo nel villaggio di Yobouakro (a una trentina di chilometri da Agnibilekrou) con mia zia per poter andare a scuola, avevo dieci anni e andavo alle elementari e facevo tutto normalmente. La domenica al villaggio è giorno di mercato mi sono ritrovata sola a casa perché tutti erano al mercato, allora ho preso la bicicletta per raggiungerli e sono andata in strada dove ho incontrato un signore in motocicletta che tornava al suo villaggio, aveva appena acquistato la sua moto e non sapeva guidarla bene, così è avvenuto l’incidente.

La mia situazione era molto grave, così mi hanno portato d’urgenza ad Agnibilekrou (la città più vicina), ma i medici appena mi hanno visitata non sapevano cosa fare, quindi mi hanno caricato su un’ambulanza per portarmi ad Abidjan. Mi hanno portato all’ospedale di Cocody, poi di Yopougon, poi di Trecheville (differenti quartieri della città), ma in nessuno di questi ospedali c’era un posto per me. Mi hanno preso solo in una clinica privata dove hanno chiesto ai miei parenti due milioni (circa tremila euro) per operarmi. Loro hanno fatto tutti gli sforzi possibili per recuperare i soldi, ma nonostante avessero dato i soldi, nella clinica non facevano niente. Fu un mio parente di Abidjan a trovarmi un posto all’ospedale di Youpugon. Io di tutto questo non ricordo niente, ero in coma, sono i miei genitori che mi hanno raccontato di questi eventi. Mi sono risvegliata dopo sette mesi all’ospedale di Yopougon, ero legata mani e piedi ed ho sentito mia nonna che mi diceva di stare tranquilla perché avevo avuto un incidente. I dottori mi hanno tolto le bende dalla faccia ed ho capito che non ci vedevo più. Però c’era ancora un’operazione da fare, e i miei parenti hanno chiesto a tutti ed hanno fatto passare la mia foto sulla televisione nazionale e pure il presidente si è interessato perché potessi fare questa operazione che mi ha aggiustato il volto.

Ora non ci vedo, ma cammino con la testa e se frequento un luogo per alcuni giorni lo memorizzo nella testa, per esempio, senza problemi, quando sono a casa faccio le mie cose: lavo i panni, lavo i piatti e spazzo la casa. In verità non mi lasciano cucinare perché hanno paura che mi possa fare male. A volte mi chiedo perché proprio a me è arrivata questa cecità e questa cosa mi fa male: però penso che la vita è così e penso anche a tutti quelli che sono nati ciechi o quelli che nascono con altre disabilità più gravi di me.

Qualcuno accusava di quanto successo il signore che mi ha investito in moto, ma io non ho niente contro di lui, l’ho perdonato. L’avevano messo in prigione per molto tempo, ma quando c’è stato il processo, io con la mia famiglia ci siamo recati al tribunale e quando il giudice mi ha interrogato io ho detto che la punizione non serviva a nessuno non mi avrebbe ridato la vista. I giudici sono rimasti molto colpiti da quello che gli avevo detto ed hanno liberato il signore che ora viene a trovarmi e sostiene la mia famiglia. Ora sono ad Agnibilekrou e faccio delle piccole attività, ma non ho ancora capito cosa posso e voglio fare nella vita per lavorare e sostenermi nelle mie piccole spese.

Pubblicato da donlucapez

Prete dal della diocesi di Bergamo. Nato a Grosseto nel 1984. Ordinato il 22 maggio 2010. Curato dell'oratorio di Boltiere fino all'agosto del 2018. Dal novembre 2018 missionario fidei donum nella diocesi di Abengorou in Costa d'Avorio

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